La biblista Marinella Perroni
La biblista Marinella Perroni

Roma, 28 ottobre 2019 - “Il Sinodo sull’Amazzonia dimostra che non si possono più chiudere le porte alle donne, le pressioni per assegnare loro finalmente dei veri e propri ministeri ecclesiali hanno fatto presa sui vescovi. La tendenza, però, è, almeno in parte, quella di un’apartheid di genere, con la creazione di incarichi specifici solo per le fedeli e senza esercizio di autorità”. Rimarca le luci, ma non tace i limiti dei paragrafi dedicati al ruolo femminile nella Chiesa, contenuti nel documento finale dell’assise vaticana, la biblista Marinella Perroni, emerita di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e fondatrice del Coordinamento delle teologhe italiane. 

La notizia più significativa è che il Pontefice rilancerà la commissione di studio sul diaconato alle donne. Che cosa ne pensa?

“Non so se sia la più significativa. Ha ragione il Papa a dire di dare molto peso alla lunga diagnosi che apre il testo conclusivo del Sinodo panamazzonico prima di pesare le diverse proposte. Per quanto riguarda la commissione, si tratta di una via d’uscita possibile di fronte a un problema che deve essere apparso in tutta la sua evidenza. Mi sembra positivo, così come lo è il fatto che il gruppo di lavoro si arricchirà di nuovi membri”.

Non teme che anche stavolta la task force sul diaconato femminile approdi a una risposta non univoca e quindi a un secondo nulla di fatto?

“Certo, il rischio che si ripiombi in una fase di stallo c’è sempre. La Chiesa va avanti lentamente, ma alla fine va avanti. Se la commissione assumerà la diagnosi del documento finale dell'assemblea e avrà le giuste competenze anche in storia della teologia, andrà avanti”.

Dal Sinodo arriva il via libera all’istituzione per le comunità amazzoniche di un nuovo ministero, quello di coordinatrice di comunità. 

“Era una risoluzione attesa, coerente con la realtà. Resto però sempre perplessa, quando si creano uffici specifici per le sole donne. Se questa forma di ruolo è importante per la Chiesa in Amazzonia, perché non deve riguardare sia maschi, sia femmine? Il fatto che, in sette casi su dieci, a ricoprirlo alla fine sarebbero delle donne, perché è tale la percentuale femminile sul totale degli operatori pastorali in quel contesto ecclesiale, non giustifica una simile scelta. Una strategia per farle entrare le cattoliche dalla finestra visto che la porta è sbarrata? Possibile, ma mortificante”.

In generale, lei come scioglierebbe il nodo dei ministeri per le donne nella Chiesa?

“Bisogna avere il coraggio di domandarsi se possano accedere a ministeri che la Chiesa riconosce come ordinati. Se ne possono anche creare altri “istituiti”, a seconda delle necessità, ma senza ratificare una distinzione per sesso che finisce per configurarsi come una ghettizzazione. I modelli di riferimento sono anche le Chiese primitive, che hanno istituito i ministeri in forza delle situazioni missionarie e pastorali da affrontare. È vero che per il Codice di Diritto canonico gli uffici ordinati sono esclusivamente maschili, ma la Chiesa latina, e nemmeno tutta, ci ha messo secoli e secoli per riconoscersi in questa disciplina. Un ‘diaconato femminile’ rischia di portarci fuori strada. Si dovrebbe ragionare su un unico diaconato di diaconi e diacone. Le resistenze sono comprensibili, e possono anche portare a far nascere nuove forme di ministero per rispondere alle necessità attuali. Non però a incarichi per sole donne”.