Andrea Vitali A quel tempo ero il fante Vitali. Sì, perché a quel tempo vigeva ancora l’obbligo del servizio militare, la naja per farla breve, in casa mia c’era un televisore in bianco e nero, il telefono col rotore, le disposizioni del papà non si discutevano e alla domenica ci potevi scommettere su quello che avresti trovato in tavola, lasagne. Io manco sapevo di essere coetaneo di Paolo Rossi, ma siccome ero il fante Vitali non ebbi il minimo dubbio nel prendere un permesso breve, il famoso o famigerato ‘quarantotto’, per salire su un treno locale a Villa Vicentina, friulana metropoli dal 2018 divenuta frazione, il sabato 10 luglio 1982 al solo scopo di poter rivedere il lago, e magari anche la morosa, che mi mancava dal momento in cui ero partito da casa, nell’aprile dello stesso anno. Il localazzo si faceva tutte le fermate fino a Mestre. Da lì a Milano le cose andavano un po’ meglio. Ma da Milano a casa era...

Andrea

Vitali

A quel tempo ero il fante Vitali. Sì, perché a quel tempo vigeva ancora l’obbligo del servizio militare, la naja per farla breve, in casa mia c’era un televisore in bianco e nero, il telefono col rotore, le disposizioni del papà non si discutevano e alla domenica ci potevi scommettere su quello che avresti trovato in tavola, lasagne. Io manco sapevo di essere coetaneo di Paolo Rossi, ma siccome ero il fante Vitali non ebbi il minimo dubbio nel prendere un permesso breve, il famoso o famigerato ‘quarantotto’, per salire su un treno locale a Villa Vicentina, friulana metropoli dal 2018 divenuta frazione, il sabato 10 luglio 1982 al solo scopo di poter rivedere il lago, e magari anche la morosa, che mi mancava dal momento in cui ero partito da casa, nell’aprile dello stesso anno.

Il localazzo si faceva tutte le fermate fino a Mestre. Da lì a Milano le cose andavano un po’ meglio. Ma da Milano a casa era di nuovo una via crucis di stazioni e stazioncine. Totale: di quel ‘quarantotto’ la maggior parte delle ore se le mangiava il viaggio. Tant’è che giunto a casa verso metà pomeriggio una certa spossatezza mi obbligò a starmene sdraiato per un bel po’ sul mio letto a guardare il soffitto, i giochi di luce che il sole in lento calo faceva con la complicità delle onde e a pensare a tutte le cose che avrei voluto fare in quel pugno d’ore, e che non feci. Nemmeno la morosa riuscii a vedere e in tutta sincerità non saprei dire adesso cosa me lo impedì. Vivevo in una nube allora, politica e cronaca nera faticavano a entrare nell’anatomia, normale e patologica, che erano stati il mio impegno quotidiano e non c’era stato tempo per tirare il fiato, visto che la naja aveva giusto aspettato che finissi l’università per mandarmi in servizio ai confini dell’impero. Il calcio invece aveva il passo leggero di chi cammina al piano di sopra anche di notte senza disturbare. E nel mio piano superiore, leggasi cervello, era già da tempo entrato. Così che anche nella landa friulana dov’ero finito riuscii a seguire le imprese di Paolo Rossi e soci a partire dallo stitico girone di qualificazione. Le prime partite, per me, a colori, grazie a un collega cremonese che s’era dotato di un piccolo televisore che infiammò via via d’entusiasmo l’infermeria dove insieme agli altri eravamo allocati. Mi chiedo adesso se, sapendo ciò che sarebbe accaduto, avrei comunque accettato l’offerta del ‘quarantotto’.

Rispondo, bo’. Di fatto l’accettai, tant’era il desiderio di ritornare al lago, e alla morosa, il tutto sostenuto dall’irrazionale speranza che, una volta a casa, sarebbe successo qualcosa che mi avrebbe sollevato dall’obbligo di ripartire. Sì, ciao ! Domenica 11 luglio 1982, lasagne al volo e poi di nuovo via, in stazione. Gli orari per giungere in caserma entro la mezzanotte non permettevano neanche un giretto in paese. Così che, una volta sul solito localazzo per Milano, ebbi l’impressione di non esserne mai sceso, a maggior ragione quando l’ultimo lembo di lago si sottrasse al mio sguardo. Fu vero oblio, benefico, terapeutico, che mi avvolse durante la risalita verso Mestre. Ma da lì in avanti il ‘quarantotto’ mutò forma e sostanza. Non era più il permesso o licenza breve che mi aveva consentito di scorrazzare la maggior parte del tempo sui treni, ma si era trasferito nel mondo che mi scorreva sotto gli occhi, prendendo i contorni della sua espressione figurata: grande subbuglio, sconvolgimento. E anche un po’ di confusione, la mia, poiché impiegai un po’ di tempo a comprendere che le grida che uscivano dalle finestre aperte sull’estate, i lampi di luce che provenivano dai televisori intravisti nelle case d’altri, i botti, (sono certo anche di un paio di colpi di fucile sparati in aria), qualche girandola, il giubilo di un paio di capistazione espresso col prolungato uso del fischietto per far ripartire la lumaca su cui viaggiavo, una prima bandiera e poi un’altra, anche qualche lenzuolo o federa o canovaccio, sventolati a beneficio dei rari passeggeri di quel treno mi ricordarono che stavo perdendo la finale del campionato del mondo. Non l’avevo messo in conto per ubbidire al richiamo del lago, di casa. Per questo anche adesso mi chiedo se, tenendolo presente, avrei rifiutato. Non so rispondere. So però che rientrai in caserma per tempo e ben contento che l’Italia avesse battuto la Germania due a zero. Solo una volta in infermeria venni informato che mi ero perso qualcosa tra una stazioncina e l’altra, il risultato finale era un po’ diverso. Naturalmente vidi la partita, cioè la rividi poiché la Rai la ripeté immediatamente. Ma fu come mangiare una minestra riscaldata, e anche un po’ allungata.