di Nicola Palma È morto più di un mese fa, in un ospedale di Johannesburg. Il ricovero programmato avrebbe dovuto essere breve, ma nella notte tra l’8 e il 9 giugno Gianadelio Maletti è deceduto nel sonno a poco meno di tre mesi dal centesimo compleanno. Se n’è andato così l’uomo dei misteri d’Italia, che ha trascorso gli ultimi 40 anni della sua vita in Sudafrica, dove si era rifugiato dopo la condanna per i depistaggi sulla strage di piazza Fontana e per aver favorito l’espatrio clandestino dell’agente Zeta, al secolo Guido Giannettini, e di Marco Pozzan, un neofascista amico di Franco Freda che aveva riferito di alcuni incontri riservati tra ordinovisti veneti ai magistrati che stavano indagando...

di Nicola Palma

È morto più di un mese fa, in un ospedale di Johannesburg. Il ricovero programmato avrebbe dovuto essere breve, ma nella notte tra l’8 e il 9 giugno Gianadelio Maletti è deceduto nel sonno a poco meno di tre mesi dal centesimo compleanno. Se n’è andato così l’uomo dei misteri d’Italia, che ha trascorso gli ultimi 40 anni della sua vita in Sudafrica, dove si era rifugiato dopo la condanna per i depistaggi sulla strage di piazza Fontana e per aver favorito l’espatrio clandestino dell’agente Zeta, al secolo Guido Giannettini, e di Marco Pozzan, un neofascista amico di Franco Freda che aveva riferito di alcuni incontri riservati tra ordinovisti veneti ai magistrati che stavano indagando sulla bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, che esplose alle 16.37 del 12 dicembre 1969 uccidendo 17 persone e ferendone altre 88.

Figlio del generale di divisione Pietro – pluridecorato per le operazioni in Africa tra Prima e Seconda guerra mondiale e ucciso in Libia nel 1940 – la carriera con le stellette lo porta alla fine degli anni Sessanta a diventare addetto militare dell’ambasciata italiana di Atene, proprio nel periodo in cui i colonnelli prendono il potere. Nel ’71, il generale Vito Miceli, all’epoca capo del Servizio di informazioni della Difesa (Sid) con la tessera della P2 in tasca, lo richiama in Italia per metterlo a comandare il Reparto D, il controspionaggio. È da quella poltrona che Maletti ordina al capitano Antonio Labruna di far scappare all’estero Pozzan e Giannettini.

Il primo era un bidello che, secondo l’istruttoria di fine anni Novanta del giudice Guido Salvini, era "sicuramente presente" alla riunione a Padova del 18 aprile 1969 che avrebbe fatto da prologo alla stagione degli attentati a Milano, prima sui treni e alla Fiera campionaria e poi in piazza Fontana. Tradotto: un testimone scomodo da allontanare il più in fretta possibile, secondo l’accusa, per evitare che svelasse dettagli compromettenti per Freda e Ventura. Il secondo era un giornalista del Secolo d’Italia a libro paga del Sid (come ammesso da Giulio Andreotti nel ’74, un anno dopo che Miceli aveva opposto il segreto militare alle richieste dei pm), studioso di tecniche militari e tra i protagonisti del convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, ritenuto l’evento che segnò, almeno sul piano teorico, l’inizio della "strategia della tensione". Condannato in primo grado all’ergastolo per piazza Fontana, Giannettini fu assolto in Appello per insufficienza di prove. L’agente Zeta è sempre rimasto in silenzio, o quasi. Maletti, invece, qualcosa ha detto. A modo suo. Nel 2001, quando rientrò per testimoniare all’ultimo processo sulla bomba del ’69 (che si chiuse con l’assoluzione di Zorzi, Maggi e Rognoni), approfittando di un salvacondotto che gli garantì di non finire in carcere, affermò: "Nel ’71 appresi che l’esplosivo per la strage di piazza Fontana era arrivato dal Brennero proveniente dalla Germania, ed era destinato a una cellula veneta della destra". Poi se ne tornò nel buen retiro di Johannesburg, tra golf club, muri di cinta protetti da filo spinato e vigilantes armati. Lì, nel 2009, rivelò in un libro-intervista: "Quel giorno erano in quattro. Due dentro e due fuori la banca". Nomi? Nessuno. Salvo poi aggiungere: "Gli americani non volevano una strage". E sempre lì è morto, portando con sé i segreti di una vita lunga un secolo e l’amarezza di non aver potuto trascorrere gli ultimi giorni a Milano, nella patria che ha sempre dichiarato di amare ma dalla quale fuggì senza mai voltarsi indietro.