di Sandro Neri Una passione, un lavoro, all’occorrenza anche una terapia. Efficace, dice, anche in tempi difficili come questi. "Per risolvere i problemi prima mi affidavo alla psicoterapia. Ci ho provato due volte. La prima, sul lettino di una analista. Mi ha lasciato parlare per mezzora, ascoltandomi senza fiatare. Poi di colpo ha aperto bocca e mi ha coperto d’insulti. La seconda volta era con uno psicologo. Anche lui all’inizio taceva. Alla fine, però, è scoppiato in lacrime. Ed ero io, il paziente, a dover soccorrere lui... Oggi so che la miglior cura è il teatro". Leonardo Manera, all’anagrafe Leonardo Bonetti, 54 anni, di cui trenta passati a calcare le scene, riprende la cura da dove l’aveva lasciata a novembre: lo spettacolo Oh mia bela Madunina che domani lo riporta sul palcoscenico del Teatro Manzoni di Milano (inizio alle 20.45; repliche il 13 marzo e il 25 aprile). Con lui Alessandro Milan, coautore del testo, i Duperdu e ospiti come Lucia Rizzi (Tata Lucia) ed Enzo Iacchetti. "Il tutto inframmezzato da momenti comici e non solo – precisa Manera –. Lo spettacolo, ideato durante il lockdown, nasce per regalare un omaggio...

di Sandro Neri

Una passione, un lavoro, all’occorrenza anche una terapia. Efficace, dice, anche in tempi difficili come questi. "Per risolvere i problemi prima mi affidavo alla psicoterapia. Ci ho provato due volte. La prima, sul lettino di una analista. Mi ha lasciato parlare per mezzora, ascoltandomi senza fiatare. Poi di colpo ha aperto bocca e mi ha coperto d’insulti. La seconda volta era con uno psicologo. Anche lui all’inizio taceva. Alla fine, però, è scoppiato in lacrime. Ed ero io, il paziente, a dover soccorrere lui... Oggi so che la miglior cura è il teatro".

Leonardo Manera, all’anagrafe Leonardo Bonetti, 54 anni, di cui trenta passati a calcare le scene, riprende la cura da dove l’aveva lasciata a novembre: lo spettacolo Oh mia bela Madunina che domani lo riporta sul palcoscenico del Teatro Manzoni di Milano (inizio alle 20.45; repliche il 13 marzo e il 25 aprile). Con lui Alessandro Milan, coautore del testo, i Duperdu e ospiti come Lucia Rizzi (Tata Lucia) ed Enzo Iacchetti. "Il tutto inframmezzato da momenti comici e non solo – precisa Manera –. Lo spettacolo, ideato durante il lockdown, nasce per regalare un omaggio alla città di Milano dopo una delle sue stagioni più difficili. Alessandro Milan parlerà dell’origine della piazza Martiri di Gorla, una pagina importante della nostra storia; Enzo e Lucia regaleranno testimonianze d’affetto a una città che ci accolto tutti e ha fatto di noi dei figli d’adozione".

Ha detto che il teatro è una terapia. Per curare cosa?

"Quando mi sono separato, sette anni fa, andare la sera a Zelig mi dava conforto. Era un momento di solidarietà umana".

E prima?

"Prima lo stesso. Perché mi sono separato due volte, la prima già nel 2001. Uscire di sera per lavorare, specie se lavori in un teatro o in un cabaret, ti consente di non sentirti mai solo".

Anche di ridere?

"Sì, perché il palcoscenico è un tempo sospeso. La tua vita rimane nel camerino".

In certe condizioni più difficile, forse, far ridere gli altri.

"Ricordo che, quando mi sono lasciato con un’altra donna, piangevo in quinta fino all’attimo esatto di entrare in scena. Poi però ho fatto una delle migliori performance della mia vita".

Quanto c’è delle sue disavventure sentimentali negli sketch che dedica alla vita di coppia?

"Tutti gli artisti parlano molto di sé. Anche nel cabaret. A volte proprio per rielaborare le disavventure che vivi. La comicità nasce per esorcizzare le cose della vita. I problemi di noi comici sono quelli di tutti: il pubblico ci si riconosce e ride".

Parlare di donne, sesso, liti di coppia non è complesso in tempi di politicamente corretto?

"Protestano tutti. E oltre a protestare c’è pure chi ti minaccia. Quando interpretavo Peter, il bresciano, mi minacciavano da Napoli; quando vestivo i panni di Battista di Cavaion, l’imprenditore veneto che delocalizzava a Samoa, nel Nordest ho rischiato la vita. E ai tempi di Kripstak e Petrektek, la coppia del cinema polacco, ho rischiato di finire in tribunale: un prete polacco voleva querelarmi...".

E adesso?

"Ora che interpreto il sessuologo, un transessuale mi ha accusato di non rappresentare tutti i generi. Non si può essere comici e, insieme, politicamente corretti. La comicità deve essere sempre un po’ scorretta, sovvertire le regole, farsi sberleffo".

Dov’è il punto critico nei rapporti fra uomo e donna?

"Un noto sociologo, Niklas Luhmann, diceva che l’amore non è una questione di sentimenti ma un codice borghese di aspettative reciproche. E lì c’è il punto di caduta. Due persone si mettono insieme per un progetto, per occuparsi dei figli, per condividere il tempo, per andare in due a fare la spesa. Ma le aspettative dell’uomo e della donna rispetto a tutto questo sono diverse. Quando vengono confermate, subentra la noia; se avviene il contrario, la delusione. E ci si lascia. L’amore è destinato a finire sempre. Poi, certo, puoi sempre ricominciare, ma andrà comunque allo stesso modo".

Le sue compagne – che sia una fidanzata o una moglie – ridono con lei?

"Le prime volte sì. Dopo un po’ subentra la noia e si chiedono perché il pubblico rida. Alla fine vengono a teatro per cercare fra il pubblico nuovi fidanzati. E in genere ci riescono".

Imperdonabile.

"Ma anche comprensibile. Anche mio figlio Beniamino, che ha 12 anni, non ne può più delle mie battute. Così l’ho coinvolto nella parte tecnica degli spettacoli. Girare con lui mi piace molto. Possiamo farlo solo d’estate, quando non c’è la scuola. Ed è un po’ la nostra vacanza alternativa".

Prossimi impegni?

"Un altro spettacolo, Homo Modernus, in tour da gennaio. La domanda di fondo è: tutta questa tecnologia ci farà sconfiggere l’ansia che ci portiamo dentro o, al contrario, la farà aumentare?".

La risposta?

"È sì. Per fortuna, aggiungo. Perché l’inquietudine fa bene. Non proprio l’ansia, che finisce per bloccarti: solo qualcosa che ti spinga a non stare mai fermo, a cercare sempre una strada. È il motore della vita".

Che rapporto ha con la tecnologia?

"Disastroso. So a malapena inviare una mail. Per tutto il resto devo farmi aiutare da mio figlio. Imbarazzante...".

I social?

"Li uso male. Dovrei utilizzarli per fare promozione, ma ho troppo pudore per farlo. C’è di buono che non inquino. Il ministro Cingolani con me può stare tranquillo".

E la tv?

"Riprenderemo con Zelig. Mi piacerebbe, però, lanciare un format televisivo nuovo. Ho già il titolo: L’ultima notte della tv".

Apocalittico.

"L’unica regola, oggi, è apparire per apparire. Ho visto una conduttrice che sbagliava tutti i congiuntivi, ma evidentemente va bene così. E allora ho immaginato di racchiudere le peggiori espressioni dei format televisivi in un unico contenitore. Il mondo è cambiato. L’ho capito quando ho visto Barbara D’Urso all’inizio del Covid raccontare, anziché il gossip, come si lavano le mani".