Migranti in Italia, sbarchi: foto generica
Migranti in Italia, sbarchi: foto generica

Roma, 23 settembre 2019 - I fatti, prima di tutto. Dal cinque settembre, giorno di insediamento del governo Conte bis, i migranti giunti in Italia via mare – dati del Viminale – sono cresciuti del 48% (da 649 a 859) rispetto allo stesso periodo del 2018. La settimana precedente, dal primo al cinque del mese, con Salvini ancora al Viminale, ma intento a preparare il trasloco, la crescita era stata del 78%. Guardando i primi venti giorni di settembre, la crescita complessiva è quindi del 57%, mentre ad agosto si era registrato un calo del 17% e, dal primo gennaio alla mattina del 20, la discesa era stata pari al 68%.

Il legame con il cambio di governo, che ha acceso le aspettative delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, pare evidente. A prescindere dal fatto che le aspettative siano reali, ci provano. Ma questo è solo uno dei fattori. 

Aa avere un ruolo ci sono state anche le elezioni presidenziali tunisine – il primo turno il 15 settembre –, che hanno distratto l’attenzione delle autorità della polizia locali, comprensibilmente concentrate nel garantire la protezione della consultazione dalla minaccia terroristica. Questo, unito alla necessità di trovare nuove rotte, ha dato modo ai trafficanti di far partire, in particolare già da luglio e agosto, un flusso di piccole barche verso Lampedusa, che complessivamente pesa per il 40–45% dei 6.623 migranti giunti irregolarmente sulle nostre coste da inizio anno. Non è poco. Recentemente la guardia costiera tunisina è stata sollecitata dal Viminale e ha bloccato una serie di barconi, ma la frontiera marina tra Sfax e Lampedusa resta "porosa" e frequentata, e anche quella libica mostra segnali di ripresa.

Alarm phone, il servizio telefonico al quale si rivolgono le imbarcazioni in difficoltà nel Mar Mediterraneo, segnala un flusso sostenuto. "Alarm Phone – scrive su Twitter – non è mai stato contattato da così tante barche nel #Mediterraneo centrale in così poco tempo. Negli ultimi cinque giorni, dal 16 al 20 settembre, siamo stati chiamati da 10 imbarcazioni in pericolo, con in totale circa 720 migranti in fuga dalla #Libia". 

Altro fattore che pesa è l’atteggiamento della guardia costiera libica che, durante i 14 mesi di Salvini al Viminale, ha bloccato il 57% delle partenze, a fronte del 33% ai tempi del suo predecessore Minniti e dell’8% registrato con Alfano. I dati più recenti – fonte Organizzazione internazionale delle Migrazioni, agenzia intergovernativa collegata all’Onu – dicono che la guardia costiera abbia intercettato e riportato in Libia, dal primo gennaio al 15 settembre, ben 6.382 migranti. Tanti quanti ne sono arrivati da Libia e Tunisia messe assieme. A questi, vanno aggiunti 74 cadaveri ripescati in mare e 200 dispersi. 

I libici hanno mantenuto la stessa operatività anche dopo l’addio di Salvini? A qualcuno è venuto il dubbio, ma da Tripoli replicano che i soccorsi e i recuperi continuano: 493 riportati a terra solo nell’ultima settimana. Certo è che, al di là della ripresa degli sbarchi – che ancora sono meno di un terzo di quelli visti nel 2018 –, è essenziale per l’Italia ottenere in sede europea un meccanismo di redistribuzione automatica dei migranti in arrivo. Accogliere solo i richiedenti asilo salvati in mare rischia di svuotare il meccanismo al quale si vorrebbe dare vita, trasformandolo in un gesto largamente simbolico, che lascerebbe in Italia la maggioranza degli arrivi. La solita beffa da una Europa brava a parole, ma, specie sull’immigrazione, ingiusta ed egoista nei fatti. 

"L’Italia – ha detto ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – non può più farsi carico da sola della gestione dei flussi migratori. La redistribuzione in tutta Europa è la risposta che come governo chiediamo e che, da un anno e mezzo, stiamo ottenendo. Ma dovrà diventare automatica". Le resistenze, specie dell’Europa dell’est e di paesi come l’Austria, sono enormi. Sarà durissima.