Giovanni Bogani Essere single non è una colpa, non è un’anomalia sociale, non è una "diversità" da condannare in qualche modo. Che lo sia per scelta, oppure perché è andata così, non è una colpa. Un single è un cittadino come tutti: se è in difficoltà economiche, è il primo a non avere difese. In una...

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Bogani

Essere single non è una colpa, non è un’anomalia sociale, non è una "diversità" da condannare in qualche modo. Che lo sia per scelta, oppure perché è andata così, non è una colpa. Un single è un cittadino come tutti: se è in difficoltà economiche, è il primo a non avere difese. In una famiglia, se uno dei due lavora e l’altro finisce disoccupato, almeno un’entrata c’è. Se a ritrovarsi senza lavoro, senza reddito, è un single, si ritrova come un trapezista che ha perso l’aggancio, cade nel vuoto, e sotto non c’è la rete. È giusto che la famiglia vada tutelata, certo che è giusto. Ma non che sia l’unico orizzonte, l’unico modello sociale. Come se il single fosse una deviazione da ciò che va bene, in qualche modo già un "diverso".

Sono concezioni che farebbero tornare indietro di cent’anni l’orologio della Storia. E poi, essere single è solo una parola più luccicante per dire "essere soli". Lo spiegava benissimo Pier Vittorio Tondelli. Nel suo ultimo, splendido romanzo, "Camere separate", Tondelli parla dei single. Quelli seduti da soli al ristorante. Quelli che nel treno non possono lasciare i bagagli per andare al vagone ristorante, o negli aeroporti mollarli a qualcuno per andare al bagno. Quelli che negli alberghi chiedono camere singole, le più piccole. E quest’uomo "nei ristoranti è pressato dalla gente in coda, solo perché gli altri sono in due e lui, da solo, sta occupando un tavolo". Ecco. Cerchiamo di non giudicare un single che percepisce il reddito di cittadinanza come qualcuno che, da solo, sta occupando un tavolo.