di Doriano Rabotti In un altro mondo, quello pre-Covid, in cui forse la retorica aveva ancora un senso, si potrebbe scrivere che ha vinto lo sport. In realtà, e ci perdoneranno le femministe, nella battaglia che ha appena restituito alle atlete del beach volley il sacrosanto diritto di giocare in bikini anche nell’islamico Qatar, a trionfare è stato un vecchio proverbio: articolo quinto, chi mette il grano ha vinto. Sarebbe bello credere che la possibilità di giocare libere da obblighi di una vestizione che rispetti i precetti di chi si ispira a Maometto, sia un trionfo dei diritti civili. Ma sarebbe anche una balla clamorosa, almeno in questo caso. Perché non è...

di Doriano Rabotti

In un altro mondo, quello pre-Covid, in cui forse la retorica aveva ancora un senso, si potrebbe scrivere che ha vinto lo sport. In realtà, e ci perdoneranno le femministe, nella battaglia che ha appena restituito alle atlete del beach volley il sacrosanto diritto di giocare in bikini anche nell’islamico Qatar, a trionfare è stato un vecchio proverbio: articolo quinto, chi mette il grano ha vinto.

Sarebbe bello credere che la possibilità di giocare libere da obblighi di una vestizione che rispetti i precetti di chi si ispira a Maometto, sia un trionfo dei diritti civili. Ma sarebbe anche una balla clamorosa, almeno in questo caso. Perché non è stato un attacco di tolleranza, a convincere gli organizzatori del torneo di Doha a togliere la clausola che obbligava le atlete a indossare maglietta e leggings invece del succinto due pezzi.

È stata piuttosto la minaccia di boicottaggio sbandierata dalle tedesche Karla Borger e Julia Sude a far muovere la Federvolley mondiale e a scuotere le rigidità degli arabi, che a quel punto rischiavano di veder saltare l’evento. Perché con le sole giocatrici musulmane, a beach volley ci fai al massimo un torneo di quartiere.

Prima, il regolamento della Katara Cup che andrà in scena sulla sabbia del Golfo dall’8 al 12 marzo, per l’edizione del torneo femminile (in passato ce ne sono già stati, ma solo maschili) prescriveva l’uso di abiti che coprissero quasi tutto il corpo, e l’ombelico in particolare.

"Non ci è permesso di indossare i nostri abiti da lavoro – ha spiegato la Borger alla radio tedesca Deutschlandfunk, annunciando l’intenzione di non partecipare – questo è l’unico Paese in cui un governo ci dice come fare il nostro lavoro. E questo non va bene".

A quel punto, dietro le rimostranze tedesche e i mugugni di tante colleghe che non si erano esposte direttamente, ma non erano per nulla convinte, si è mossa la Fivb. E il...dress code obbligatorio è stato cancellato dal regolamento, come peraltro accade in tutti gli altri tornei del mondo.

In realtà, anche dove coprirsi non è un obbligo, molte atlete islamiche lo fanno volontariamente, tanto che da anni marchi mondiali di abbigliamento sportivo hanno creato capi speciali per loro. "E a me va benissimo finché è una loro libera scelta", racconta Marta Menegatti, la campionessa azzurra di beach volley che giovedì prenderà l’aereo per il Qatar: "Io stessa ho giocato diverse volte contro ragazze che si coprivano con l’hijab, anche alle Olimpiadi di Rio contro una coppia egiziana. Ma non possono obbligare chi non ha le loro stesse convinzioni a vestirsi secondo certi precetti. Anche perché in Qatar ci saranno trenta gradi: non è una questione estetica – spiega la Menegatti –, è proprio un problema pratico. Io in Norvegia ho giocato con pantaloni e maglia termica, per dire, perché c’era freddo. Coprirsi a trenta gradi ci mette in difficoltà, devo ammettere che quando ho saputo che avevano ripristinato le regole a cui siamo abituate, ho tirato un sospiro di sollievo. Ci saremmo adattate, io e la mia compagna Viktoria Orsi Toth. Ma così è meglio. L’importante è che si cominci, non vedo l’ora di salire su quell’aereo, dopo un anno così pesante".

Dopo di che, come tutti sanno, il bikini prende il nome dall’atollo dei primi test atomici. E insomma, una volta i boicottaggi si facevano per la Guerra fredda, oggi per poter indossare il costume.