Sabato 25 Maggio 2024
GIOVANNI ROSSI
Esteri

Il destino degli ostaggi. Vicino l’accordo per liberarli . Ma Netanyahu tira dritto: "Entreremo comunque a Rafah"

C’è tempo fino a stasera per chiudere l’intesa fra Hamas e Israele: Qatar ed Egitto sono ottimisti. La bozza prevede 20 prigionieri rilasciati in cambio di detenuti palestinesi. Gli Usa ai miliziani: basta scuse.

Il destino degli ostaggi. Vicino l’accordo per liberarli . Ma Netanyahu tira dritto: "Entreremo comunque a Rafah"

Il destino degli ostaggi. Vicino l’accordo per liberarli . Ma Netanyahu tira dritto: "Entreremo comunque a Rafah"

Ore cruciali per Israele e per Gaza. Salvo proroghe concordate, c’è tempo fino a stasera, anche se tutto può cambiare in fretta. La diplomazia internazionale tiene il punto e continua a caldeggiare l’accordo più ambizioso, l’unico utile per depotenziare il conflitto: liberazione degli ostaggi israeliani contro liberazione dei detenuti palestinesi e congrua tregua nella Striscia con numeri e durata ancora da rifinire. Ma il cauto ottimismo di Egitto e Qatar, che moltiplicano le pressioni su Hamas mentre gli Stati Uniti lavorano ai fianchi di Gerusalemme, collassa a metà giornata quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu piccona gli sforzi dei negoziatori. Incontrando i familiari dei 130 ostaggi e dei tanti caduti, alza di nuovo il tiro: "Entreremo a Rafah e annienteremo tutti i battaglioni di Hamas presenti, con o senza un accordo, per ottenere la vittoria totale. L’idea che porremo fine alla guerra prima di raggiungere tutti i nostri obiettivi é inaccettabile".

Non sembrano parole in grado di spaventare Hamas, solo il resto del mondo e il milione e quattrocentomila palestinesi rimasti a Rafah in condizioni disperate. "Sarebbe un’escalation intollerabile", denuncia il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Netanyahu alza la voce anche contro la Corte penale internazionale (non riconosciuta né da Gerusalemme né da Washington) che sta valutando se accusarlo di crimini di guerra assieme al ministro della Difesa Yoav Gallant e al capo di Stato maggiore Herzi Halevi. L’emissione di mandati di cattura è un’ipotesi concreta. "Ottanta anni dopo l’Olocausto – dichiara il premier israeliano –, gli organismi internazionali che erano stati istituiti per scongiurare un altro Olocausto valutano la possibilità di negare allo Stato ebraico il diritto di difendersi". Il leader del Likud parla di "crimine d’odio antisemita che aggiungerebbe benzina all’antisemitismo", e assicura che "nessuna decisione, né all’Aja o altrove, intaccherà la nostra determinazione a raggiungere gli obiettivi dell’offensiva su Gaza" in risposta all’attacco del 7 ottobre.

Itamar Ben-Gvir, alla guida di Potere ebraico e ministro della Sicurezza, invita il premier a non fermarsi alle porte di Rafah: "Ha promesso che la guerra non finirà. Accolgo con favore". Ma poi minaccia l’implosione del governo "se tutto ciò non dovesse accadere". Anche l’altro alleato di estrema destra Bezmael Smotrich, leader di Sionismo religioso e ministro delle Finanze, demolisce la bozza mediata al Cairo: "Una terribile sconfitta che darà ad Hamas una clamorosa vittoria su un piatto d’argento".

L’intesa anticipata dal Wall Street Journal prevederebbe due fasi: la prima con il rilascio di almeno 20 ostaggi in tre settimane per un numero ancora imprecisato (ma con ogni probabilità assai elevato) di prigionieri palestinesi; la seconda con un cessate il fuoco di 10 settimane durante le quali Hamas e Israele si accorderebbero su un rilascio più ampio di ostaggi e su una pausa prolungata nei combattimenti che potrebbe durare fino a un anno. Offerta israeliana "straordinariamente generosa", secondo il segretario di Stato americano Antony Blinken che stamattina incontrerà il presidente israeliano Isaac Herzog e poi lo stesso Netanyahu. "Niente più ritardi, niente più scuse", è il messaggio di Blinken per Hamas durante la visita di ieri in Giordania.

Gli Stati Uniti stanno compiendo ogni sforzo diplomatico e umanitario per raffreddare la crisi. Ragioni di politica internazionale (il fronte ucraino basta e avanza), di quadro giuridico in movimento (l’attivismo della Cpi preoccupa l’intero Congresso), ma soprattutto di politica interna: a sei mesi dalle presidenziali, Joe Biden non può avere tutte le università in subbuglio per manifestazioni pro Palestina mentre gli Stati Uniti proseguono le forniture di armi a Israele ed Amnesty International, oltre a denunciare il fatto, accusa Gerusalemme di reiterate "violazione" delle migliori pratiche per proteggere i civili (inclusi irrealistici ordini di evacuazione).

I rilievi di Amnesty coincidono con quelli pubblicati il 18 aprile da un gruppo di esperti e giuristi americani, tra i quali Josh Paul, dimessosi dal Dipartimento di Stato proprio per protesta contro la guerra a Gaza. "Un sistematico disprezzo dei principi fondamentali della legge internazionale, compresi attacchi ricorrenti lanciati nonostante l’evidente sproporzionato danno a civili e obiettivi civili: questo l’addebito a Israele, già censurato in marzo da Human Rights Watch e Oxfam. Solo una tregua anche temporanea con Hamas potrà forse attenuare le crescenti polarizzazioni.