Marco

Buticchi

Immaginate un automobilista sensibile che ha scelto un mezzo di locomozione elettrico. Il signore si avvia fiero al suo bolide ecologicamente corretto che, come recita il dépliant, non ha bisogno di chiavi.

Non so quale metodo utilizzi l’auto per riconoscere il padrone. So invece che la tecnologia ha i suoi bachi: basta che una app s’impalli e l’auto ultramoderna non consente operazioni. Neppure apre gli sportelli automatici.

Ho immaginato i pensieri davanti alla tecnologia ribelle, all’ammutinamento dei chip dinanzi al loro stesso padrone. Ecco, con ordine e virgolettate, le esclamazioni del proprietario, appena chiamato un inquinante carro attrezzi diesel: "Ridateci le chiavi!", ha gridato, mentre il meccanico – a digiuno di cervelli elettronici – lo allontanava dallo sportello che tentava di forzare. "Ho voglia di una doppietta terza-seconda come quelle del Cinquino", lo hanno sentito mormorare disperato in un angolo. Poi, quasi in estasi, ha venerato il punta-tacco, i tubi di scappamento rombanti e il cruscotto analogico.

La conoscenza tecnologica è il nostro futuro. Ma provate anche voi a calcolare quanto tempo perdiamo ogni giorno per accedere a quel mondo solo apparentemente infallibile. Come ogni altra umana cosa è, invece, fallace e traditore. Il passaggio dalla preistoria ai viaggi intergalattici ha i suoi costi. Rimanere appiedati ogni tanto fa parte di questi.