Chiara Di Clemente Di norma invitato a spiare dal buco della serratura lo spettacolo riservato ai ricconi, il pubblico della diretta di Raiuno della Prima alla Scala ha vista riconosciuta – per una volta – una sua dignità. Chi era in teatro, 3.000 euro a poltrona, ha assistito al Macbeth condividendo con i cantanti il brivido del loro respiro, ma chi l’ha seguito in tv (al prezzo del canone Rai) al posto di...

Chiara

Di Clemente

Di norma invitato a spiare dal buco della serratura lo spettacolo riservato ai ricconi, il pubblico della diretta di Raiuno della Prima alla Scala ha vista riconosciuta – per una volta – una sua dignità. Chi era in teatro, 3.000 euro a poltrona, ha assistito al Macbeth condividendo con i cantanti il brivido del loro respiro, ma chi l’ha seguito in tv (al prezzo del canone Rai) al posto di quel brivido – che appartiene solo allo spettacolo dal vivo cui si assiste in presenza – ha avuto altro. Ha avuto il famoso "senso in più" del cinema: perché la diretta tv della Scala come l’ha inventata la regia di Livermore non è stata la "mimesi" di un’opera lirica, ma la funambolica costruzione in tempo reale di una nuova realtà, creata e interpretata da un altro linguaggio. Alla Prima 2021 sono andate in scena due opere: quella dal vivo e quella tele-cinematografica, con due linguaggi diversi. L’una pare non abbia tolto niente all’altra, anche se quella dal vivo ha suscitato qualche buuu di disapprovazione, espresso da chi – secondo Livermore – pensa che il regista "non sappia metterci i cavalli e le scene medievali". Quella in tv è stata vista da oltre 2 milioni di spettatori, che non sono pochi anche perché il Macbeth non è popolare come Traviata o Tosca.

L’operazione compiuta da Livermore, e con lui dal più importante teatro italiano, è gigantesca: è la più grande operazione oggi immaginabile di bella democratizzazione dell’opera, inclusiva delle nuove generazioni dell’homo videns: nella profezia a Macbeth le streghe di Shakespeare parlano di una foresta che marcia, qui a muoversi su più orizzonti frantumati e discordanti sono gli skyline di metropoli distopiche, alla Inception di Nolan, paradossi architettonici in cui si consuma l’aberrazione della sete di potere, che porta a un passo dal disfacimento della società. Tutto torna e si tiene, ed emoziona, con Livermore. Il pericolo è mettere la sua rivoluzione in altre mani, meno forti: se alla tele-opera arriva la pausa Var delle partite di calcio allora sì, ridateci gli spadoni.