Il Capo dello Stato Sergio Mattarella, classe 1941, pronuncia il discorso di fine anno
Il Capo dello Stato Sergio Mattarella, classe 1941, pronuncia il discorso di fine anno
di Raffaele Marmo L’"urgenza morale" di quello che è il testamento istituzionale del Presidente non è la politica. L’"urgenza" dell’ultimo discorso di Sergio Mattarella dal Quirinale è la riaffermazione solenne e finale, contro tutte le tendenze No Vax di varia natura e provenienza, del valore della scienza e del vaccino come unica e fondata via per uscire dalla pandemia, insieme con il riconoscimento dell’esempio (il professor Pietro Carmina di Ravanusa, i medici, i sanitari, i volontari) come benchmark etico al quale una comunità nazionale e "patriottica" deve e può ispirarsi nell’opera di "ricostruzione" del Paese. Innanzitutto per le giovani generazioni. Certo, la politica, intesa anch’essa come lezione "alta" attinta dai riferimenti costituzionali di una vita e...

di Raffaele Marmo

L’"urgenza morale" di quello che è il testamento istituzionale del Presidente non è la politica. L’"urgenza" dell’ultimo discorso di Sergio Mattarella dal Quirinale è la riaffermazione solenne e finale, contro tutte le tendenze No Vax di varia natura e provenienza, del valore della scienza e del vaccino come unica e fondata via per uscire dalla pandemia, insieme con il riconoscimento dell’esempio (il professor Pietro Carmina di Ravanusa, i medici, i sanitari, i volontari) come benchmark etico al quale una comunità nazionale e "patriottica" deve e può ispirarsi nell’opera di "ricostruzione" del Paese. Innanzitutto per le giovani generazioni.

Certo, la politica, intesa anch’essa come lezione "alta" attinta dai riferimenti costituzionali di una vita e raffinata dall’esperienza di sette, complessi e travagliati, anni di presidenza, non manca. Da qui l’indicazione duplice che il Capo dello Stato, sgombrato il campo, come fosse un fastidio, dal nodo di una sua disponibilità alla rielezione, sente di dover trasmettere al suo successore: "Spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore".

Ma, appena il tempo di uno stacco, e Mattarella, in piedi a sottolineare, forse, la prossima uscita di scena, evoca e delinea, con nettezza e profondità, l’"urgenza" che più gli sta a cuore. E così, senza citare i No Vax, incalza, elogiando "i meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati".

Fiducia nella scienza, dunque, ma anche condanna dura e secca degli atteggiamenti di chi mette in discussione la sola, vera, arma che noi, fortunati, abbiamo. Perché "ricordo – insiste commosso – la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso". Per concludere: "Che cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino? La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla. I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto – la pericolosità della malattia".

Ma se il vaccino è lo strumento, l’esempio e le energie collettive sono il background etico della Nazione che ci ha permesso di rialzarci: "Grazie al comportamento responsabile degli italiani". E grazie a quel "patrimonio inestimabile di umanità", composta dall’"abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo". Fino a arrivare a chi, come il professore morto nel crollo di Ravanusa, nella lettera di commiato agli studenti, traccia la rotta del loro impegno: "Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…". Un modello, conclude il Presidente. E tanto basta. Si può tornare a casa