Matteo Massi Come un colpo di biliardo. Ma al posto della stecca, il piede (il destro) e al posto della palla il pallone (di cuoio). Quando mancano due minuti alla fine di Italia-Nigeria al Foxboro Stadium di Boston, ottavi di finale dei mondiali americani del 1994, l’Italia di Sacchi è praticamente fuori. Sotto di un gol. Poi succede quello che non t’aspetteresti, se in campo non ci fosse Roberto Baggio. Sacchi non l’ha tirato fuori, come aveva fatto una manciata di giorni di prima contro la Norvegia, quando il Codino l’aveva presa malissimo e si era lasciato andare, non da lui: "Perché togli proprio me?". Fatto sta che Roberto Mussi, pupillo di Sacchi, fa il lavoro sporco del comprimario, vince un rimpallo e porge il pallone a Baggio: lui con il suo destro, rasoterra, indirizza il pallone dove il portiere della Nigeria non può arrivare. Gol. Finire...

Matteo

Massi

Come un colpo di biliardo. Ma al posto della stecca, il piede (il destro) e al posto della palla il pallone (di cuoio). Quando mancano due minuti alla fine di Italia-Nigeria al Foxboro Stadium di Boston, ottavi di finale dei mondiali americani del 1994, l’Italia di Sacchi è praticamente fuori. Sotto di un gol. Poi succede quello che non t’aspetteresti, se in campo non ci fosse Roberto Baggio. Sacchi non l’ha tirato fuori, come aveva fatto una manciata di giorni di prima contro la Norvegia, quando il Codino l’aveva presa malissimo e si era lasciato andare, non da lui: "Perché togli proprio me?".

Fatto sta che Roberto Mussi, pupillo di Sacchi, fa il lavoro sporco del comprimario, vince un rimpallo e porge il pallone a Baggio: lui con il suo destro, rasoterra, indirizza il pallone dove il portiere della Nigeria non può arrivare. Gol. Finire a terra, soffrire e ricominciare. Non a tutti i campioni riesce, perché spesso non sono così avvezzi alla vita vera. A Baggio, dotato di una tecnica divina, è sempre riuscito. In quel caldo 5 luglio americano, lui si sblocca e l’Italia pure. E la porta sulle sue spalle fino alla finale di Pasadena. Quel flashback dal 17 luglio del 1994 non smette di tormentarlo ancora.

Ma un uomo, più di un calciatore, si giudica (l’avrebbe cantato così anche De Gregori), dalla capacità di saper gestire le sconfitte. Anche quelle più dure, anche quelle non soltanto sportive. Baggio è stato l’ultimo attaccante italiano a vincere il Pallone d’Oro, 1993, ma la sua carriera non è stata mai tutta rose e fiori. Ha sofferto, fisicamente e non solo. Quando a 18 anni gli si aprono le porte della serie A, la Fiorentina l’acquista dal Vicenza, lui non fa in tempo nemmeno a godere del momento. La gamba destra (sempre quella in grado di disegnare col piede traiettorie celestiali) si gira nella partita Vicenza-Rimini (sulla panchina romagnola, il destino, c’è Sacchi). Un crac e in un colpo solo gli partono crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale. Può finire già tutto lì. Può perdere tutto quello che ha appena conquistato.

A Saint Etienne lo operano, la Fiorentina lo aspetta, non straccia il contratto. Duecentoventi punti interni, un dolore come una lama di coltello che infierisce sempre, senza tregua, ogni giorno. Pesa 56 chili. Sì, sembra davvero finita. Ma non è così, perché si soffre e si ricomincia. Gli ha insegnato così suo padre Florindo, sin da piccolo. Lo portava allo stadio, a vedere il Vicenza di Paolo Rossi, sulla canna della bicicletta: da Caldogno allo stadio Menti, dieci chilometri ad andare e dieci a tornare. "Un male al sedere, che non ti dico". Ma Baggio non è svenevole, non è fragile, come vorrebbero farlo passare.

È un duro, un leader nato, anche se non ha bisogno di alzare la voce, di urlare. In poco tempo ricomincia e la Fiorentina ha un altro idolo dopo Antognoni. Finisce con una città intera che protesta, quando viene venduto alla Juventus. Juve, Milan, Inter, l’unico che ha segnato in tre mondiali diversi (1990, 1994 e 1998). In mezzo e alla fine Bologna e Brescia, la provincia che ama. E dove torna, nel Vicentino (casa sua), quando smette.

Ha una gamba più piccola dell’altra, i menischi non sa più cosa siano. Smette perché non ne può più a 37 anni ("Dopo gli allenamenti facevo fatica a scendere dall’auto, mi aiutava mia moglie Andreina"). C’è un tempo per tutto. Non ha nostalgia del suo passato, non si guarda indietro, non sgomita per un’ospitata in tv. Il calcio fa parte della sua vita precedente. E quando guarda le foto di quello che era, non gli luccicano gli occhi. Quelli gli luccicano sempre.

Il suo sguardo è penetrante, più di un suo colpo a effetto sul campo. Difficile, se non impossibile pensare a un campione normale. Se non ci fosse stato Baggio, appunto. Uno che ha spaccato l’Italia. In vista di ogni mondiale partiva un referendum su di lui: Baggio sì, Baggio no. Uno che ha fatto sognare comunque un Paese. Forse più di uno. Ancora nella sua casa di Alto Vicentino arrivano pacchi di lettere da tutto il mondo. Ecco l’impresa eccezionale nell’essere normale, cantata da Lucio Dalla, a Baggio è riuscita. Anche ora che esce tutte le mattine con la sua Panda 4x4, va a caccia con i suoi cani, sistema il prato di casa. Perché l’erba del suo giardino non profuma meno di quella di San Siro. E non è meno verde.