di Antonella Coppari Come sia possibile che il passo indietro di Mattarella abbia colto in contropiede mezzo Parlamento è davvero stupefacente. In fondo, l’altro ieri il capo dello Stato non ha fatto che ripetere quanto aveva già detto nei mesi scorsi, allontanando per l’ennesima volta l’ipotesi di un suo bis al Quirinale. Il fenomeno della sordità mostrata finora dalla classe politica pretende spiegazioni: la principale riconduce alla mancanza di un piano alternativo. Per eleggere un candidato di parte nessuno ha i numeri, e se anche ci fossero i 505 voti necessari al quarto scrutinio, sarebbero traballanti, visto che nessun...

di Antonella Coppari

Come sia possibile che il passo indietro di Mattarella abbia colto in contropiede mezzo Parlamento è davvero stupefacente. In fondo, l’altro ieri il capo dello Stato non ha fatto che ripetere quanto aveva già detto nei mesi scorsi, allontanando per l’ennesima volta l’ipotesi di un suo bis al Quirinale. Il fenomeno della sordità mostrata finora dalla classe politica pretende spiegazioni: la principale riconduce alla mancanza di un piano alternativo. Per eleggere un candidato di parte nessuno ha i numeri, e se anche ci fossero i 505 voti necessari al quarto scrutinio, sarebbero traballanti, visto che nessun leader, tranne Giorgia Meloni, controlla i propri gruppi. Servirebbe un provvidenziale aiuto da parte dei classici ’aghi della bilanci’, come i renziani o l’esercito di parlamentari in libertà. In quel caso, però, difficilmente una maggioranza di governo tanto lacerata e usurata reggerebbe al colpo.

Insomma, ci vorrebbe una figura sopra le parti, di unità nazionale. Lo dice persino Salvini, anche a costo di irritare l’alleato Silvio. "Stiamo lavorando per un presidente che non sia proprietà del Pd, ma rappresenti tutti". Solo che nessuno corrisponde all’identikit più di Mario Draghi. Cioè del candidato che i partiti, per quanto non possano ammetterlo, vogliono tenere lontano dal Colle, là dove il premier sembra mirare. La sua candidatura è di fatto in campo anche se non può essere ufficializzata. Manca un passaggio determinante: per essere eleggibile sgombrando il campo da ogni obiezione, Draghi deve poter affermare apertamente di aver esaurito il doppio mandato assegnatogli da Mattarella. Ovvero, completare la campagna di vaccinazione – ed è cosa fatta – e "avviare" il Pnrr, che non significa portarlo a termine ma varare le riforme necessarie per tradurre i fondi europei in investimenti concreti. Per questo probabilmente SuperMario ci tiene a sottolineare che il Pnrr è in fase di piena attuazione, per questo Palazzo Chigi enumera spesso le riforme realizzate in tempi record. C’è chi sospetta che per lo stesso motivo Draghi temporeggi sulla conferma dello stato di emergenza. Non rinnovarlo sarebbe il segnale più chiaro che la sua presenza a Chigi non è più necessaria. Insomma è una gara contro il tempo, Draghi deve farcela, e deve poterlo rivendicare ufficialmente per i primi di gennaio.

A quel punto per i partiti chiudergli le porte del Quirinale diventerebbe complicato. Resterebbe comunque irrisolto il secondo problema, prioritario per leader e parlamentari : la minaccia di uno scioglimento anticipato delle Camere. Il rischio c’è, ma non è detto che un Draghi presidente della Repubblica faciliterebbe le elezioni più di un Draghi capo del governo ma indebolito dal siluramento e sostenuto da una maggioranza impegnata ad accoltellarsi in campagna elettorale. Di certo, dal Colle l’attuale premier farebbe quanto in suo potere per evitare il voto anticipato, mettendo in campo gli appoggi nazionali e internazionali di cui dispone. I partiti preferirebbero la relativa certezza offerta da un altro presidente di unità nazionale, tutto sta a trovarlo entro gennaio e per ora il traguardo è tanto lontano che non si vede neppure con il binocolo.