di Simona Ballatore "Ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi". Per Luigi Strada, per tutti Gino, gli altri, gli ultimi, venivano sempre prima. Da Sesto San Giovanni, dove era nato nel 1948, fino a Kabul. Dalla sua Milano alla guerra più nascosta, dimenticata. Già da studente – nella Statale degli anni Settanta, era tra le firme di “Medicina al servizio delle masse proletarie“. Pochi discorsi retorici però, lui voleva "fare", specializzandosi come chirurgo d’urgenza e chirurgia cardiopolmonare, da Stanford a Città del Capo con il cardiochirurgo di fama mondiale Christiaan Barnard. Fino all’esperienza in corsia...

di Simona Ballatore

"Ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi". Per Luigi Strada, per tutti Gino, gli altri, gli ultimi, venivano sempre prima. Da Sesto San Giovanni, dove era nato nel 1948, fino a Kabul. Dalla sua Milano alla guerra più nascosta, dimenticata. Già da studente – nella Statale degli anni Settanta, era tra le firme di “Medicina al servizio delle masse proletarie“. Pochi discorsi retorici però, lui voleva "fare", specializzandosi come chirurgo d’urgenza e chirurgia cardiopolmonare, da Stanford a Città del Capo con il cardiochirurgo di fama mondiale Christiaan Barnard. Fino all’esperienza in corsia applicata al fronte, per salvare i feriti di guerra in Afghanistan, Perù, Pakistan, Bosnia e nei territori più irraggiungibili.

Un lavoro silenzioso, senza proclami perché Strada non si sentiva “l’eletto“, ma uomo fra gli uomini. E così non è stata una sorpresa per chi lo conosceva bene la nascita della sua creatura, Emergency, progettata con gli amici e soprattutto con la moglie, Teresa Sarti, prima presidente, sempre al suo fianco fino alla prematura scomparsa. Un mattone alla volta, dai primi progetti pensati in un ristorante di viale Monza a Milano fino alle campagne tivù con Maurizio Costanzo. Riuscirono a raccogliere 850 milioni per le sue missioni – ricorda oggi Costanzo – ma anche a far convertire una fabbrica di Biella che realizzava mine antiuomo.

Operava sul campo Gino Strada, costruiva ospedali, rientrava in Italia e organizzava con i volontari incontri nelle scuole: lezioni di pace e diritti mentre con la sua organizzazione curava oltre 11 milioni di persone in 19 Paesi, dal Ruanda alla Sierra Leone. Era cordiale, ma si arrabbiava eccome davanti a conflitti irrisolti e nuovi. "Non aveva paura di dire la verità di fronte al potere", dice padre Alex Zanotelli, missionario comboniano. Inattaccabile nella sua coerenza, rifiutò persino contributi per Emergency che servivano alla costruzione di un ospedale in Afghanistan perché arrivavano da un Parlamento che aveva votato “sì“ all’ingresso in guerra. Correva l’anno 2003. Tre miliardi e mezzo, non briciole. "Ma alla fine ci sono arrivati dalla gente", diceva. Quando nel 2001 Il Giorno lo candidò al Nobel per la Pace, i messaggi dei lettori invasero la redazione. Migliaia le adesioni arrivate soprattutto dalla gente, appunto, che continuava a seguirlo. E a fare il tifo. Come faceva lui per la sua Inter, grande amore ricambiato. Con Massimo Moratti, suo grande amico, creò un “ponte“ a Milano tra la vecchia sede dell’Inter di via Durini e lo storico quartier generale di via Bagutta. Pure le multe ai giocatori facevano del bene alla causa, come le foto dei tifosi con la Champions: le donazioni per gli scatti servirono a realizzare un centro pediatrico in Congo. E proprio da Massimo Moratti arriva una delle più azzeccate definizioni di Strada: "Esempio splendido di realismo legato a un sogno". Di fronte alla nuova “guerra“ contro il Covid, Strada non si è tirato indietro rispondendo all’Sos della Calabria ma anche della sua Milano.

L’uomo della pace ha però chiuso gli occhi pensando alla sua Kabul ferita, che trema davanti all’avanzata dei talebani. Il testimone è passato già alla figlia Cecilia impegnata nel Mediterraneo con la ResQ People saving people: "Non ero con lui, ma a salvare vite. È quello che mi ha insegnato".