Mercoledì 19 Giugno 2024

Il caso Qatargate Kaili resta in carcere "Qui torture medievali"

Un altro mese di detenzione per l’ex vicepresidente del Parlamento Ue. Gli avvocati: per 16 ore in cella senza potersi lavare e con la luce accesa di notte

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Eva Kaili, l’ex vicepresidente del Parlamento Europeo finita fino al collo in “Emiropoli“, "è stata sottoposta in stato di detenzione preventiva a torture degne del Medioevo". A dirlo è l’avvocato della politica greca, Mikhalis Dimitrakopoulos, al termine della camera di consiglio al Palais de Justice di Bruxelles che ha confermato la detenzione in carcere per un altro mese (pur se presentando appello entro oggi, Kaili potrà essere risentita tra 15 giorni): la procura ritiene infatti che persistano rischi di fuga, di collusione con terzi e di distruzione delle prove.

Ma la difesa – che ha uno stile molto aggressivo nel negare ogni addebito e attaccare la magistratura – ha messo sul patto accuse molto serie nei confronti della procura belga. "Da mercoledì 11 gennaio a venerdì 13 gennaio – ha spiegato il suo legale – è stata in isolamento, su ordine del giudice istruttore, Michel Claise. Per 16 ore è stata in una cella di polizia, non in prigione, al freddo". "Le sono stati rifiutati altri indumenti – ha proseguito – e le hanno preso il giubbotto. Questa è tortura. La luce è stata accesa in continuazione, e non ha potuto dormire. Questa è tortura. Era indisposta, con un abbondante sanguinamento, senza potersi lavare. Pure questa è tortura. Eva Kaili è accusata, ma esiste sempre la presunzione di innocenza. Kaili ha potuto vedere la sua bambina di 23 mesi appena due volte in sei settimane, e in prigione. Siamo in Europa: questi atti violano la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, questi sono atti da Medioevo. Vi prego di pubblicare tutto questo. Spero in un processo equo: siamo in Europa".

L’altro avvocato, Michalis Dimitrakopoulos, ha poi precisato che di non avere per ora l’intenzione di sporgere denuncia per maltrattamenti contro la Procura belga a causa delle condizioni della detenzione in isolamento di Eva Kaili, perché, ha detto, "vanno prima chiarite meglio le circostanze" il che suona come una mezza marcia indietro. L’avvocato ha comunque sottolineato che la sua cliente è stata posta in isolamento proprio mentre si svolgevano i colloqui della Procura con Panzeri, che hanno poi portato alla decisione di quest’ultimo di collaborare pienamente con la giustizia belga, facendo albergare il sospetto che possa esserci un collegamento fra i due fatti. La detenzione dura della Kaili sarebbe sostanzialmente stata usata dalla procura belga per fare pressione su Panzeri e farlo collaborare in cambio di una pena ridotta ad un solo anno più la confisca i tutti i proventi illeciti. E l’operazione avrebbe avuto successo.

Ora la difesa di Panzeri punta a ridimensionarle il ruolo: da organizzatore a mero esecutore. "Pier Antonio Panzeri non è la mente del Qatargate" dice suo avvocato, Laurent Kennes. "Panzeri – evidenzia il legale belga dell’ex europarlamentare – non ha mai corrotto per se stesso, ma per altre persone in Qatar e Marocco che gli hanno chiesto di farlo e hanno organizzato tutto. Non è lui la mente dell’organizzazione. Ne ha approfittato? Certo. Ha agito attivamente? È vero. Ma non è lui il principale attore". "Panzeri – sottolinea l’avvocato – ha deciso di parlare e ha determinato in anticipo la sua pena. La legge prevede la collaborazione con la giustizia". "A noi – ribatte Andrè Risopoulos, uno dei legali della Kaili – nessuno ha chisto di fare un accordo sulla base delle legge belga sui pentiti". Il che probabilmente non è avvento semplicemente perchè Kaili ha sempre negato ogni addebito.

Alessandro Farruggia