Tom Hanks, 65 anni, in ’Cast Away’ che racconta la storia di un naufragio
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di Loredana Del Ninno Noci di cocco, arance e molte preghiere. Così Livae Nanjikana e Junior Qoloni, sono sopravvissuti per 29 giorni su una barca di sette metri, in balia dell’oceano Pacifico. Provenienti dalle Isole Salomone, avrebbero dovuto raggiungere la città di Noro sull’isola di New Georgia, mantenendo come riferimenti per la navigazione la costa occidentale dell’isola di Vella Lavella e l’isola di Gizo. Una rotta, corrispondente a circa 200 chilometri che i due – marinai esperti – avevano percorso...

di Loredana Del Ninno

Noci di cocco, arance e molte preghiere. Così Livae Nanjikana e Junior Qoloni, sono sopravvissuti per 29 giorni su una barca di sette metri, in balia dell’oceano Pacifico.

Provenienti dalle Isole Salomone, avrebbero dovuto raggiungere la città di Noro sull’isola di New Georgia, mantenendo come riferimenti per la navigazione la costa occidentale dell’isola di Vella Lavella e l’isola di Gizo. Una rotta, corrispondente a circa 200 chilometri che i due – marinai esperti – avevano percorso più volte in passato e che in linea teorica non avrebbe dovuto creare alcun problema.

Ma il tratto di mare che separa le Isole Salomone da Papua Nuova Guinea può talvolta rivelarsi insidioso. "Eravamo salpati all’inizio di settembre – racconta Nanjikana – quando siamo stati sorpresi da una tempesta poche ore dopo l’inizio del viaggio. A causa della forte pioggia, delle dense nuvole scure e dei forti venti abbiamo perso di vista la terraferma ed è cominciata la nostra deriva".

Nanjikana e Qoloni sono stati abbandonati in breve anche dal loro Gps. "Quando la batteria si è scaricata ed è arrivata la notte – prosegue il racconto – abbiamo spento il motore da 60 cavalli per risparmiare carburante. Siamo rimasti sottocoperta per ripararci dalla pioggia e dal vento che ci spingeva sempre più al largo". Durante i primi nove giorni i naufraghi si sono cibati con le arance che avevano portato a bordo.

Esaurite le scorte hanno cominciato a raccogliere l’acqua piovana con una borsa di tela e le noci di cocco galleggianti incontrate lungo il percorso. "Ma soprattutto – sottolinea Nanjikana – ci è stata d’aiuto la Fede. Le nostre preghiere sono state ascoltate e siamo riusciti a costruire un dispositivo per navigare – una struttura simile a un albero – utilizzando le pagaie e della tela. E siamo ripartiti sfruttando la direzione del vento".

Vento che li ha spinti verso l’isola di Nuova Britannia, a circa 400 chilometri dalla costa di Papua Nuova Guinea, dove sono stati avvistati da un pescatore che li ha tratti in salvo. Nanjikana ha dichiarato filosoficamente al Guardian di essere riuscito a scorgere nella drammatica esperienza anche aspetti positivi. "Di certo non vedevamo l’ora di tornare a casa sani e salvi – ha concluso –, ma rimanere fuori da tutto ci ha concesso una pausa forzata dal caos legato all’emergenza sanitaria mondiale. Non avevamo la minima idea di cosa stesse succedendo mentre eravamo in balia dell’oceano. E rimanere concentrati sulla nostra immediata sopravvivenza, ci ha distolto dalle tante preoccupazioni vissute nell’ultimo anno e mezzo".