Venerdì 19 Aprile 2024

Presunti dossieraggi, come si crea un dossier. La ragnatela di relazioni dal primo nome: quelle tracce indelebili

L’ex generale della Guardia di Finanza sul funzionamento delle banche dati delle procure: "È difficile immaginare lo scorrazzare liberamente senza aver ottenuto un’autorizzazione"

Come si crea un dossier

Come si crea un dossier

Roma, 7 marzo 2024 – Farebbe piacere sentir placare i toni. La faccenda – affrontata con serietà e senza pregiudizi – assumerebbe immediatamente altri contorni. Basterebbe conoscere il funzionamento di certi meccanismi per ridimensionare il clamore e rimpicciolire la sorpresa. Quanti tra quelli che hanno scaldato gli animi hanno chiare le dinamiche investigative di chi siede dinanzi a un terminale come romanticamente lo si chiamava in tempi in cui ci si preoccupava più di cose serie che di altro?

L’operatore di polizia agisce su input dell’Autorità Giudiziaria che gli delega specifiche azioni oppure esamina segnalazioni che pervengono al reparto di appartenenza o a lui/lei direttamente. In questo caso la consultazione delle banche dati è operazione di prassi, si rivela fondamentale per validare quel che si è appreso nel corso di attività informativa e – riconosciutane la fondatezza – innesca la comunicazione della notitia criminis alla Procura competente con gli elementi acquisiti preliminarmente.

Chi interroga gli archivi elettronici deve essere curioso, è tenuto ad approfondire e verificare, deve trasformare eventuali suggestioni e ‘mezze cose’ in schede circostanziate, rigorose, precise in ogni dettaglio. Per ottenere i migliori risultati, a un primo nome occorre agganciare quelli dei contatti personali e professionali, cominciando a tessere la ragnatela delle relazioni e a disegnare la mappa della geografia di contesto. Un soggetto interessante può innescare decine di richieste ai differenti database a disposizione, dove non si accede liberamente, ma presentandosi con identificativo e password, facendo registrare ogni singola domanda formulata al sistema e il relativo esito, timbrando data, orario e postazione utilizzata.

Chi indaga è consapevole di lasciare tracce indelebili del proprio passaggio, di doverne rispondere un domani, di redigere annotazioni di servizio per provare la liceità del suo operato che a distanza di anni si rivelano provvidenziali anche per chi ritiene di avere buona memoria. Difficile immaginare lo scorrazzare liberamente che è stato ventilato in questi giorni, impossibile pensare a una impunita “licenza di uccidere”, incredibile ritenere che chi agisce non conosca le conseguenze.

Sigle e acronimi si affastellano liberando la fantasia di chi parla di spionaggio e dossieraggio, di chi strabuzza gli occhi sentendo dire di migliaia di interrogazioni... Una sola indagine può richiedere centinaia e centinaia di ‘query’ in ragione della scrupolosità di chi ci sta lavorando. Chi vuole vendersi qualche segreto sa che di ricerche gliene ne bastano una manciata, quelle giuste per il committente che ha promesso soldi o carriera in cambio delle informazioni indispensabili per raggiungere un determinato obiettivo politico, industriale o commerciale. Se mai ci fosse una proporzione tra le interrogazioni cumulate sui diversi sistemi informatici e gli scandali o i ricatti, avremmo dovuto trovarci dinanzi a un terremoto senza precedenti che invece non c’è stato.

La vicenda ha insegnato che le cautele tecniche non sono sufficienti a tutelare il patrimonio informativo più critico e sensibile. L’anello debole della catena di sicurezza è l’essere umano e il suo mancato rispetto di leggi, regole e principi etici.

Nel frattempo c’è chi si chiede chi possa essere il mandante, se esista un mercato di certi dati, se ci sia un rimedio a simile rischio, se i meccanismi di controllo siano adeguati, se si dovesse aspettare questo episodio per affrontare la questione.

Interrogativi cui nessun archivio elettronico saprebbe dare risposta. Nemmeno a pagamento.

*Generale Guardia di Finanza, già comandante del Gat Nucleo Speciale Frodi Telematiche