di Dario Crippa MILANO "L’Italia è un Paese bellissimo... Pat, il mio manager e Goody Petronelli, il mio allenatore, erano italiani, ma non è stata la ragione per la quale sono venuto qui. Il regista Antonio Margheriti mi chiamò per fare Indio, un film di avventura, e così andai a Roma. Poi girammo Indio 2 fra Roma, le Filippine e Milano e da quel momento vado e vengo dall’Italia, mia moglie poi è italiana ma è una persona molto riservata quindi... non dico altro". Ironico, tagliente – "la boxe non è entrata nella mia vita, l’ho cercata io, ero nato per fare la boxe" –, Marvin Nathaniel Hagler è stato un grandissimo. Per lo stile della sua boxe lo chiamavano The Marvelous, il meraviglioso. Campione del mondo dei pesi medi dal 1980 al 1987, per oltre 30 anni aveva scelto l’Italia – in particolare Milano e il suo hinterland – come seconda casa. Dopo...

di Dario Crippa

MILANO

"L’Italia è un Paese bellissimo... Pat, il mio manager e Goody Petronelli, il mio allenatore, erano italiani, ma non è stata la ragione per la quale sono venuto qui. Il regista Antonio Margheriti mi chiamò per fare Indio, un film di avventura, e così andai a Roma. Poi girammo Indio 2 fra Roma, le Filippine e Milano e da quel momento vado e vengo dall’Italia, mia moglie poi è italiana ma è una persona molto riservata quindi... non dico altro". Ironico, tagliente – "la boxe non è entrata nella mia vita, l’ho cercata io, ero nato per fare la boxe" –, Marvin Nathaniel Hagler è stato un grandissimo. Per lo stile della sua boxe lo chiamavano The Marvelous, il meraviglioso.

Campione del mondo dei pesi medi dal 1980 al 1987, per oltre 30 anni aveva scelto l’Italia – in particolare Milano e il suo hinterland – come seconda casa. Dopo essersi ritirato dalla boxe, con un fisico come il suo era stato scelto per alcuni film d’azione, Indio e Indio 2 e aveva recitato al fianco di Terence Hill anche nel film Potenza virtuale del 1997. Pellicole che non avevano avuto grande successo, ma un capitolo significativo nella vita dell’ex pugile sì, visto che in questi anni era venuto a stare delle parti di Milano. Si era sposato con Kay Guarrera (la sua seconda moglie) a Pioltello, nell’hinterland milanese, e aveva preso casa, pur continuando a mantenere la sua residenza principale negli States, a Quinto de’ Stampi, piccola frazione a nord di Rozzano. A ridosso della tangenziale.

Gelosissimo della sua vita privata, era possibile incontrare Marvin Hagler in paese e, se si era fortunati, scattarci una fotografia. Non molto di più, però. Quello che invece Hagler non aveva mai dimenticato era da dove era venuto prima di fare fortuna, le sue umilissime ragioni, le difficoltà, la povertà, il razzismo.

Era nato anche da qui il suo impegno con Laureus, Sport for Good Foundation, una fondazione che si impegna per sostenere minori che vivono in condizioni di forte privazione economica e sociale attraverso il potere dello sport e la creazione di società sportive. "Non ho avuto un’infanzia facile, anche se preferisco non parlarne" ci aveva detto in una delle sue rarissime interviste. Cresciuto dalla sola madre a Brockton, nel Massachusetts, in fuga dalle sommosse che avevano devastato Newark alla fine degli anni Sessanta, aveva iniziato molto presto a tirare di boxe.

Nei pesi medi era presto diventato il numero uno, fino a quando – dopo lunga attesa durata 50 incontri – aveva ottenuto la chance mondiale. Prima contro l’italo-americano Vito Antuofermo, poi nel 1980 demolendo il campione in carica Alan Minter a Londra. Il pubblico inglese a bordo ring aveva messo a soqquadro la Wembley Arena costringendolo a uscire scortato dalla polizia. Marvin Hagler non era però tipo da lasciarsi intimidire.

Da lì, aveva indossato la cintura di campione per quasi sette anni. Aveva incontrato e battuto i migliori, da Thomas Hearns a John Mugabi fino a Sugar Ray Leonard, "non è stato facile, a me davano solo e sempre i numeri uno! – aveva scherzato col Giorno – Ma devo dire che quello più forte sicuramente era... mia madre. Quando me le dava lei io non potevo reagire...". In Italia, si poteva incontrare Hagler a inaugurare polisportive, spesso nei quartieri disagiati, per offrire un’occasione di riscatto ai più giovani, "da più di 30 anni do borse di studio a ragazze madri, con il mio programma possono tornare a scuola al College per costruire un futuro migliore per se stesse e per i propri figli. Laureus con i suoi progetti inserisce i giovani nello sport togliendoli dalla strada. L’educazione scolastica e lo sport sono fondamentali per il futuro dei giovani". In Italia "vengo spesso, mi piace la gente, la vostra cultura, mi trovo bene con gli Italiani: hanno un grande cuore".

E in Italia aveva anche imparato ad amare il calcio, era diventato tifoso della Sampdoria, ma anche se "non mi manca il ring, il pugilato rimarrà sempre nel mio cuore perché io amo la boxe. La paura? È normale avere paura quando sali sul ring, ogni volta è sempre come fosse la prima, ma quando hai paura capisci che devi stare attento e concentrato, non puoi permetterti distrazioni...". Perché lui era così, orgoglioso fino al midollo, "sarò sempre Marvelous, perché il mio nome è per davvero Marvelous Marvin Hagler!".