Test sierologici per rilevare la presenza di anticorpi Covid (Dire)
Test sierologici per rilevare la presenza di anticorpi Covid (Dire)

Roma, 11 maggio 2021 - Gli anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 persistono nei pazienti per almeno otto mesi dalla diagnosi di positività. Nessuna variazione quindi per gravità della malattia, età e presenza eventuale di altre patologie nei pazienti Covid. È questo il principale risultato di uno studio italiano, condotto dall'Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l'Istituto superiore di sanità (Iss). Non solo, la presenza entro 15 giorni dal contagio di anticorpi nel sistema immunitario delle persone colpite dal virus è fondamentale per combattere l'infezione con successo senza sviluppare forme gravi.

Il team di ricerca, tramite tecniche già impiegate nello studio della risposta auto-immunitaria del diabete di tipo 1 e per i vaccini contro l’HIV,  ha sviluppato un nuovo test per gli anticorpi contro il Covid. È quindi uno strumento in più nella lotta contro il virus, lo studio pubblicato oggi su Nature Communications, perché permette di mappare l'evoluzione nel tempo della risposta anticorpale al Coronavirus e fornisce importanti indicazioni per la gestione clinica della malattia.

Soddisfazione per il successo della ricerca è stata espressa da Andrea Cara e Donatella Negri, ricercatori dell'Istituto Superiore di Sanità. "Questo lavoro rappresenta un entusiasmante sforzo di collaborazione" -sottolineano i due coordinatori del team di ricerca dell’Iss- "che unisce il nostro interesse nella valutazione della risposta immunitaria contro diversi agenti infettivi con l'esperienza all'interno delle nostre istituzioni, focalizzata sullo sviluppo di metodi immunologici innovativi, efficaci e capaci di dare risposte in tempi rapidi".

Vediamo come è stato condotto lo studio e i risultati ottenuti

Il metodo dello studio 

Sono 162 pazienti, positivi al Covid durante la prima ondata della pandemia, i soggetti dello studio in questione. Il gruppo di contagiati, di età media di 63 anni e composto al 67% da maschi,  si è presentato al pronto soccorso dell’Ospedale San Raffaele di Milano con sintomi di entità variabile. Più della metà, circa il 57%, oltre al Coronavirus, soffriva di una seconda patologia, l’ipertensione e il diabete le più frequenti. Al momento della diagnosi è iniziata la raccolta dei primi campioni di sangue, risalenti da marzo-aprile 2020 fino agli ultimi a fine novembre e 134 pazienti dei 162 totali sono stati poi ricoverati.

Oltre agli anticorpi specifici contro il SARS-CoV-2, i ricercatori hanno tenuto sotto controllo  nei soggetti studiati anche la riattivazione degli anticorpi per i Coronavirus stagionali che sono responsabili del classico raffreddore, con l'obiettivo di verificare il loro impatto sulla risposta contro SARS-CoV-2. "Il timore era che la loro espansione potesse rallentare la produzione degli anticorpi neutralizzanti specifici per SARS-CoV-2, con effetti negativi sul decorso dell'infezione”, spiega Gabriella Scarlatti, che ha coordinato la ricerca, e aggiunge "Questi anticorpi riconoscono parzialmente il nuovo Coronavirus e possono riattivarsi a seguito del contagio, pur non essendo efficaci nel neutralizzarlo".

I risultati ottenuti 

A differenza di studi precedenti questa ricerca ha messo in luce la correlazione tra la presenza precoce di anticorpi Covid e a una maggiore sopravvivenza dei pazienti, data da un miglior controllo del virus. Il 79% dei pazienti studiati ha infatti prodotto gli anticorpi entro quindici giorni dall'inizio dei sintomi. Chi non ci è riuscito, al di là di fattori come l’età e lo stato di salute pregresso, invece ha rischiato di sviluppare forme gravi del virus.

Ma quanto dura la presenza di anticorpi contro il Coronavirus nel sangue? Tranne in tre casi nei soggetti studiati le difese sono invece rimaste per almeno otto mesi dalla diagnosi, indipendentemente dall'età e da patologie pregresse. Questa è la prima buona notizia: “La protezione immunitaria conferita dall’infezione persiste a lungo” afferma Gabriella Scarlatti che poi pone l'attenzione sui rischi che corre chi non sviluppa le difese nei primi giorni dalla diagnosi: "Quanto abbiamo scoperto ha delle implicazioni sia nella gestione clinica della malattia nel singolo paziente, sia nel contenimento della pandemia" afferma la coordinatrice del team di ricerca, che spiega: "Secondo i nostri risultati, infatti, i pazienti incapaci di produrre anticorpi neutralizzanti entro la prima settimana dall'infezione andrebbero identificati e trattati precocemente, in quanto ad alto rischio di sviluppare forme gravi di malattia”. Il secondo risultato importante è che i Coronavirus stagionali, i classici raffreddori che ogni anno colpiscono milioni di italiani, non hanno alcuna influenza nel ritardare la produzione degli anticorpi specifici per SARS-CoV-2 e quindi la loro presenza non è correlata a un maggior rischio di decorsi gravi della malattia. Ora il prossimo obiettivo, a cui stanno lavorando i ricercatori, è capire gli effetti delle nuove varianti e della vaccinazione sulle risposte immunitarie.