Tommaso Strambi estare o partire?". Un dubbio amletico che arrovella migliaia di giovani italiani. Ragazze e ragazzi di talento su cui il Paese ha investito in formazione centinaia di migliaia di euro ma che poi, una volta conseguito il dottorato di ricerca (PhD) non riesce a trattenere. I numeri certificati dall’Istat sono impietosi: la percentuale dei PhD italiani che risiede e lavora all’estero è passata dall’6% di chi...

Tommaso

Strambi

estare o partire?". Un dubbio amletico che arrovella migliaia di giovani italiani. Ragazze e ragazzi di talento su cui il Paese ha investito in formazione centinaia di migliaia di euro ma che poi, una volta conseguito il dottorato di ricerca (PhD) non riesce a trattenere. I numeri certificati dall’Istat sono impietosi: la percentuale dei PhD italiani che risiede e lavora all’estero è passata dall’6% di chi ha ottenuto il PhD nel 2010 al 13% del 2018. Si è creato così un crescente saldo negativo nella mobilità dei talenti, che indebolisce il nostro paese nei confronti di altri paesi con analogo grado di sviluppo.

E i dati Ocse sugli autori di pubblicazioni scientifiche che documentano la mobilità internazionale sulla base dei cambiamenti nelle istituzioni degli autori sono ancora più preoccupanti. "Da quell’analisi – chiosano Massimo Livi Bacci dell’Accademia dei Lincei e Mario Pianta della Scuola Normale Superiore di Pisa – risulta che tra il 2002 e il 2016 gli autori che avevano un’affiliation italiana e sono passati a un’istituzione all’estero, al netto degli spostamenti in senso opposto, sono stati 11 mila". Eppure conoscenza, ricerca e scienza sono essenziali per la crescita della società. Ma l’Italia non è abbastanza attraente. Che fare dunque? Come invertire questi flussi? Il Pnrr rappresenta un’occasione importante, con i 30,88 miliardi per Istruzione e ricerca. Tuttavia, di queste risorse soltanto 7,6 miliardi, distribuiti in sei anni, sono destinati specificamente all’Università e alla ricerca. "Considerando anche tutte queste risorse, si raggiunge un aumento di spesa di 1,2 miliardi l’anno, limitato a sei anni – osservano Livi Bacci e Pianta – ancora inadeguato a riportare la spesa italiana ai livelli precedenti al 2008, in particolare per quanto riguarda il reclutamento del personale".

Ecco quindi che ritorniamo al dubbio amletico iniziale. La sfida per l’Italia è proprio questa: invertire la rotta e far sì che il sistema dell’università e della ricerca recuperi competenze attualmente disperse e costruisca una massa critica adeguata al peso economico e al ruolo internazionale del Paese.