Liliana Dell'Osso
Liliana Dell'Osso

Roma, 29 marzo 2020 -  L'emergenza Covid-19 è anche una questione psichiatrica. Disturbi come ansia e depressione minacciano l'intera popolazione e patologie più gravi le categorie più esposte, a cominciare dai sanitari.

Professoressa Dell'Osso, stiamo vivendo un potenziale trauma psichiatrico di massa? 

"È così", risponde Liliana Dell'Osso, direttrice della Clinica psichiatrica dell'Università di Pisa e presidente del Collegio dei professori ordinari della Società italiana di psichiatria. "Purtroppo seguire la cronaca oggi può essere assimilato ad un esperimento in vivo di psicopatologia delle masse. Lo stesso evento traumatico estremo agisce in modo persistente su un numero enorme di persone. Con il mio gruppo di ricerca abbiamo lavorato all'Aquila dopo il terremoto del 2009 e abbiamo collaborato con colleghi della Columbia University impegnati a New York dopo l’attacco terroristico dell'11 settembre 2001. Ovviamente il livello di esposizione cambia moltissimo da regione a regione e a seconda della propria condizione e rofessione".

Che cosa la preoccupa di più?
"Credo che il personale sanitario impegnato nei reparti Covid, nei pronto soccorso, nelle terapie intensive stia vivendo una esperienza da inferno dantesco: non si tratta di un evento isolato, ma del ripetersi ossessionante, giorno dopo giorno, dello stesso orrore. Sono tutti a rischio: medici, infermieri, tutte le persone impegnate in prima linea. A rischio di diventare “veterani” a vita dell'emergenza Covid-19, o almeno di doversi confrontare a lungo con un severo disturbo post traumatico da stress, disturbo psichico a  decorso cronico e fortemente invalidante. Vede, quello che rende particolarmente patogeno un evento traumatico è il senso di impotenza provato mentre lo si esperisce. Questi sanitari vedono, senza poter mettere in atto procedure terapeutiche realmente efficaci, pazienti lucidi morire soffocati, cosa che accade raramente oggi in medicina. Se aggiungiamo il senso di rabbia e di frustrazione per aver dovuto affrontare l'emergenza senza strumenti adeguati, e la preoccupazione per la propria incolumità, il quadro è ancora più allarmante. Non sorprende che ci siano stati i primi suicidi fra il personale sanitario più esposto".

È possibile fare qualcosa, a livello preventivo, in questa fase?
"Poco. Questi professionisti lavorano senza orari, non dormono, spesso sono costretti a stare fuori casa per non mettere a rischio i familiari. Come li raggiungiamo? Sento parlare di team di psicologi, di interventi da fare subito, ma in questa fase i sanitari continuano inevitabilmente ad essere esposti a un elevato stimolo traumatico. Il supporto dovrebbe essere per prima cosa diretto a fornire i numeri e gli strumenti adeguati per fronteggiare l’emergenza in modo da avere di nuovo la percezione di lavorare come medici, non come soldati di trincea". 

E dopo?
"C'è un'enorme letteratura scientifica cui attingere. Negli Usa si arrivò a creare degli ospedali per i veterani della guerra del Vietnam. Noi ci stiamo già preparando a definire protocolli e progetti di intervento, mettendo a frutto l'esperienza accumulata all'Aquila e con indagini che abbiamo svolto negli ultimi anni proprio fra i medici del pronto soccorso e della terapia intensiva di Pisa. Sappiamo molto sui fattori di rischio: ad esempio, essere donna, specie se single, rende più vulnerabili. E sappiamo che oltre a una fase acuta, ci sarà uno sviluppo nel tempo: i soggetti tendenti a rimuginare, a rivivere le esperienze negative avranno una minore probabilità di liberarsene. C'è un elevato rischio di cronicizzazione. Probabilmente ci troveremo con una classe medica e infermieristica decimata: già ci sono dei morti e il numero è destinato ad aumentare, ma i “veterani, chi sarà soggetto alla cronicizzazione del disturbo da stress post traumatico, saranno ancora di più".

La reclusione forzata, l'isolamento rischiano di suscitare patologie psichiatriche nella popolazione?
"Anche qui dobbiamo distinguere. Ci sono altre categorie più esposte al rischio per ragioni di lavoro: forze dell'ordine, commessi dei supermercati, farmacisti. Per non parlare del problema della violenza in famiglia, che in questo momento rischia di moltiplicare i suoi terribili effetti. E poi c'è chi è precario, i molti lavoratori autonomi a basso reddito: per loro ci sono anche problemi di sopravvivenza quotidiana, con il prolungarsi dell'inattività. Negli altri casi, in categorie socialmente più tutelate, ci sono eventi traumatici ben più gravi dell'obbligo di stare a casa. Il problema non è l’obbligo di stare a casa. In questo contesto, il distanziamento sociale è un evento che l'animale uomo è ben in grado di affrontare. Il vero nodo cruciale è il rischio di andare incontro ad un lutto traumatico, la perdita improvvisa di un proprio caro, con il rischio – oltretutto – di non poter porgere l’estremo saluto.".

Che succede agli attuali pazienti psichiatrici?
"I servizi sono ridotti ma non interrotti. Possiamo comunicare via Internet, in reparto ho organizzato numerosi medici che effettuano un supporto telefonico quotidiano. Inoltre il reparto di degenza è perfettamente funzionante, ma le richieste di ricovero sono ridotte. Da un lato, l’attuale emergenza costituisce un fattore di rischio importante per le categorie più fragili, esponendo a stimoli traumatici (lutti, isolamento, violenze in famiglia, precarietà) soggetti con quadri già compromessi. Ma dall’altro, l’aumento della coesione sociale e un rinnovato sforzonell’approntare strutture e sistemi di supporto, assieme al clima di solidarietà, può fornire un miglioramento di alcuni quadri. Era già successo all'Aquila, dove registrammo un iniziale miglioramento dei pazienti psichiatrici subito dopo il terremoto. Condividere un'esperienza collettiva con tutti gli altri, sentirsi parte di una comunità e al centro dell'attenzione ebbe addirittura effetti positivi. Passata la fase iniziale, però, si è registrato un aumento dei disturbi mentali, dell’umore, d’ansia e anche psicotici, di abuso di sostanze e di comportamenti auto- ed eteroaggressivi".

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