Andrea Bonzi Ok, boomer", sospirerà vostro nipote sotto l’ombrellone. Avete appena cercato di convincerlo ad appassionarsi ai "giuochi di una volta, quelli belli", tipo il calciobalilla o le gare di biglie su piste di sabbia. Chiariamo subito: il biliardino mi piace, lancerei una petizione per farne una disciplina...

Andrea

Bonzi

Ok, boomer", sospirerà vostro nipote sotto l’ombrellone. Avete appena cercato di convincerlo ad appassionarsi ai "giuochi di una volta, quelli belli", tipo il calciobalilla o le gare di biglie su piste di sabbia. Chiariamo subito: il biliardino mi piace, lancerei una petizione per farne una disciplina olimpica, in difesa ero fortissimo e, negli anni Novanta, ho partecipato anche a qualche torneo. Ed è pure vero che, grazie alla fissazione per il calcio nel nostro Paese, resta un passatempo ancora vivo, almeno d’estate. Ma, diciamocelo, i tempi cambiano, e morire di nostalgia non si può. I ragazzini di oggi sentono l’esigenza di restare sempre connessi con gli amici, e i videogames sugli smartphone (per non parlare, poi, di quelli alle console), sono sempre più coinvolgenti e rendono difficile ‘staccarsi’ anche quando si va in vacanza. Cosa che, diciamolo francamente, vale anche per i genitori malati di lavoro o di social.

È un bene? Un male? Lo scopriremo nei prossimi anni. Leadership, rapidità di riflessi, predisposizione al lavoro in gruppo, abilità nella negoziazione e facilità nella risoluzione dei problemi: sono alcune delle capacità che questi giochi sono in grado di sviluppare. Se ne sono accorte anche grandi aziende, che invitano i candidati a inserire queste ‘soft skills’ nei propri curricula. Il fallimento nel raggiungere un obiettivo in un videogame, sostengono poi alcuni sviluppatori, spingerebbe "a dare di più" per superare l’ostacolo, una sorta di palestra per affrontare le delusioni, quelle vere, nella vita. Non so se sia vero, ma sarebbe di certo utile.