Il monte della morte. Chi si lancia dal Brento lo sa. Prima che il piede si stacchi dalla roccia per fare presa sul vuoto è impossibile non pensare a tutti quegli ultimi salti. Sul Becco dell’Aquila, il punto da cui si prende il volo, sono già 23 le croci. Storie diverse, unite da un identico tragico finale: l’adrenalina, la paura e poi il buio. È la Spoon River dei ’base jumper’: amanti dell’estremo che si gettano da vette, grattacieli o monumenti con la tuta alare o un solo paracadute. Il volo è talmente breve che non c’è il tempo per aprire quello di emergenza. Un errore in caduta libera...

Il monte della morte. Chi si lancia dal Brento lo sa. Prima che il piede si stacchi dalla roccia per fare presa sul vuoto è impossibile non pensare a tutti quegli ultimi salti. Sul Becco dell’Aquila, il punto da cui si prende il volo, sono già 23 le croci. Storie diverse, unite da un identico tragico finale: l’adrenalina, la paura e poi il buio. È la Spoon River dei ’base jumper’: amanti dell’estremo che si gettano da vette, grattacieli o monumenti con la tuta alare o un solo paracadute. Il volo è talmente breve che non c’è il tempo per aprire quello di emergenza. Un errore in caduta libera può significare una cosa e una soltanto. Secondo la Base Fatality list, dal 1981 sono 406 le persone morte in tutto il mondo dopo aver saltato nel vuoto. Il 6% di tutte le vittime di questa disciplina ha perso la vita saltando verso la valle dei Laghi, lo splendido angolo del Trentino dominato dal monte Brento.

L’ultimo Icaro è precipitato solo pochi giorni fa. Il 64enne Claudio Signorini, originario di Siena, ma che viveva nel Milanese, non saltava per la prima volta. Eppure sabato mattina qualcosa è andato storto. Il suo corpo è stato recuperato verso le dieci del mattino a circa 200 metri dalla base della parete Placche Zebrate. Forse per un malore, forse per un avvitamento non previsto l’uomo non è riuscito ad aprire il paracadute in tempo. Un anno fa era toccato a una ragazza svedese di appena 30 anni. Dopo aver sbattuto contro le rocce è precipitata nel vuoto.

Per Vittorio Fravezzi, il sindaco di Dro, quella del Becco dell’Aquila è una strage davvero senza senso. "È una follia, un modo davvero singolare di scherzare con la propria vita. Del resto – aveva detto con amarezza nell’aprile del 2019 – non vedo cosa posso fare per fermare questa lunga lista di morti".

L’unica strada sarebbe quella di blindare la vetta. "Ho commissionato diversi studi giuridici per capire come si può regolamentare. Si può fare poco. Non posso impedire l’accesso alla montagna. Potrei vietare i salti, è vero. Ma poi la regola andrebbe fatta osservare e dovrei piazzare due vigili urbani fissi sulla vetta. Irrealizzabile".

Anche perché è proprio la facilità d’accesso al punto più alto della parete ad aver reso così popolare il Becco dell’Aquila. Con una jeep si arriva a un’ora di cammino dallo strapiombo, poi si indossa il paracadute e il gioco è fatto. I professionisti dell’adrenalina, una sessantina in Italia e meno di 4mila in tutto il mondo, riescono a saltare dal monte Brento anche tre volte al giorno. Molto diverso il discorso degli atleti che si lanciano da grattacieli o monumenti. In questo caso viene punita la violazione della proprietà privata o l’accesso a una zona vietata, non il salto in sé. E per gli amanti dell’alto rischio calcolato esistono anche diverse assicurazioni, non tantissime a dire la verità, che consentono agli atleti di preparasi con anticipo al peggio. Vedere nero su bianco il premio da pagare – così dicono – provoca più o meno le stesse emozioni di un salto nel vuoto.