REGGIO EMILIA "Di mio nonno mi è rimasta una vecchia orbace, il distintivo del partito fascista, il nome, Ulisse". Massimo (Ulisse) Zamboni, 64 anni, è un musicista e scrittore. Ha fondato i Cccp e i Csi, ha fatto la storia del punk italiano. Ha attraversato le vicende politiche con il cuore a tenacemente a sinistra. Pur provenendo da una famiglia di segno opposto. Con un fantasma alle spalle: il nonno materno, Ulisse Colla, gerarca fascista, ucciso dai partigiani nel febbraio 1944 a Reggio Emilia, due mesi dopo la fucilazione dei fratelli Cervi....

REGGIO EMILIA

"Di mio nonno mi è rimasta una vecchia orbace, il distintivo del partito fascista, il nome, Ulisse". Massimo (Ulisse) Zamboni, 64 anni, è un musicista e scrittore. Ha fondato i Cccp e i Csi, ha fatto la storia del punk italiano. Ha attraversato le vicende politiche con il cuore a tenacemente a sinistra. Pur provenendo da una famiglia di segno opposto. Con un fantasma alle spalle: il nonno materno, Ulisse Colla, gerarca fascista, ucciso dai partigiani nel febbraio 1944 a Reggio Emilia, due mesi dopo la fucilazione dei fratelli Cervi. Zamboni ha macinato la storia familiare per una vita. Poi gli sono voluti 10 anni per raccontarla in un libro, l’Eco di uno sparo (Einaudi), dove ha ricostruito l’omicidio del nonno e l’omicidio di uno dei partigiani del commando. Ucciso nel 1961 dall’ex amico partigiano.

Che cosa ha scoperto di suo nonno?

"Lui era un fascista assoluto, intransigente, ma ho anche scoperto che difese dei partigiani. Il mondo è complesso. All’inizio degli anni Venti aveva scelto la strada peggiore, spinto da quella che riteneva la minaccia del comunismo. Il manganello, l’olio di ricino. Poi la vita di famiglia riassorbì le pulsioni, finché con la Repubblica di Salò divenne commissario politico del fascio di Campegine, dove vivevano i Cervi, ed entrò nella commissione anti spionaggio. C’era quasi un’ingenuità nella sua violenza, che lascia sgomenti. Accettò gli incarichi che attiravano odio e fu tra i primi fascisti a venire ucciso".

Tocca i nipoti fare i conti col passato?

"Noi siamo abituati a pensare che la storia debba essere raccontata da chi l’ha vissuta, io credo che sia più opportuno che la raccontino i nipoti che non sono stati toccati direttamente. C’è una distanza che ti mantiene lucido e ti dà la responsabilità di scegliere che cosa dire e cosa tacere. Ho usato molto tempo a eliminare quello che non si poteva o doveva dire. Cose che che voglio tenere solo per me perché aumenterebbero le distanze. E poi come nipote ho dovuto dare ordine a un tumulto di pensieri che andava a scardinare quello che sapevo di me, della mia famiglia, della città".

Il nonno era un figlio della sua epoca.

"Siamo tutti figli delle nostre epoche. Ma esiste una responsabilità individuale, di come ci si pone verso la propria epoca. Tanti hanno scelto altre strade".

La politica ha inciso nel suo rapporto con la famiglia?

"Per me il fascismo è sempre stato il nemico, ma devo patteggiare col sangue che mi circola dentro. Non cerco la riappacificazione ma cerco di non avere paura di me stesso. L’Italia non è un Paese pacificato, ha sempre nascosto le divisioni. Ma la verità è che questo Paese lo hanno liberato i nostri nonni, o almeno quelli che hanno voluto".

E il 25 aprile?

"E’ il giorno in cui si rifanno i conti. Ma dura poco. Dura un giorno".

 

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