Se Luigi Di Maio e i suoi consiglieri avessero il sacrosanto vizio di «ascoltare» e «interpretare» i numeri reali del lavoro invece di fare propaganda, cavalcando l’ultimo decimale dell’ultima rilevazione campionaria dell’Istat, forse non si imbarcherebbero in battaglie di bandiera senza costrutto e, peggio ancora, dannose per gli stessi presunti «tutelandi» e tutelati. Ma il vizio d’origine dei grillini e dei loro guru è un altro: è quello dell’ideologia posticcia, superficiale, un tanto al chilo, che è come dire il vizio del non fare i conti con la realtà.

I numeri, però, parlano. E, per esempio, ci dicono che dal 2007-2008 ad oggi si sono perse centinaia di milioni di ore di lavoro (oltre mezzo miliardo) e che è aumentato in maniera rilevante il part-time (almeno del 5 per cento) e, soprattutto, il cosiddetto part-time involontario, ovvero la riduzione obbligata e forzata dell’orario di attività, con conseguente taglio dello stipendio. Dunque, il risultato è che se le «teste», come si chiamano in gergo, sono tornate ai livelli pre-crisi, la quantità e la qualità del lavoro pro-capite sono peggiorate sensibilmente.

Insomma, il lavorare meno, tanto caro a certa sinistra d’antan e oggi diventato un altro mantra del Movimento, non si è tradotto nel lavorare tutti, ma nel lavorare peggio e guadagnare la metà.
E così, dopo il riesplodere della cassa integrazione a livelli significativi (più 16 per cento nei primi sei mesi), anche il calo delle ore lavorate dovrebbe indurre a leggere con prudenza e accortezza le variazioni mensili segnalate dall’Istat. E a trarre appropriate e coerenti conseguenze in termini di politiche lavoristiche.

Dunque, che senso ha insistere sul salario minimo orario fissato dalla legge, quando, di fronte a una congiuntura economica in stagnazione se non in recessione, l’effetto non potrà che essere solo quello di un ulteriore peggioramento della qualità-quantità complessiva del lavoro e della sua remunerazione totale? Mentre, se davvero si vogliono sostenere le retribuzioni dei lavoratori e, insieme, il miglioramento della produttività, basta scegliere la via del taglio delle tasse sul lavoro. Ma si vuole davvero agire a favore di chi lavora o si vuole fare solo propaganda sulla pelle di chi lavora?