La citazione è ormai notissima e ripetuta. Una delle ultime fulminanti sentenze di Umberto Eco riguardava i social: "Danno diritto di parola a legioni di imbecilli". In tanti l’hanno letta come una condanna ai vari Facebook e Twitter, ma se Eco fosse ancora qui, forse ci spiegherebbe che non è così. I social sono solo un palcoscenico, con due particolarità. La prima è che sono rivolti a un pubblico molto più vasto della piazza o del tavolino del bar, dove legioni di persone – imbecilli compresi – hanno sempre trovato un uditorio. La seconda è che si parla senza vedere i volti di chi ci ascolta, con le smorfie che a volte frenano gli istinti più bassi, e quindi serve attenzione. 

Eco non ha fatto in tempo a vedere una evoluzione del mezzo: la facilità con cui si può salire sul palco social ha fatto diventare imbecille anche chi in teoria non dovrebbe esserlo. E così accade che ogni giorno un assessore, un parlamentare, un ministro, un giornalista, un docente, un professionista, persino un sacerdote – insomma persone che fino a ieri avrebbero soppesato le parole magari anche incontrando gli amici al bar – esondino nelle loro esternazioni, scivolino nell’offesa, si scordino di non avere davanti quattro amici a tavola ma migliaia di persone. Hanno perso la decenza e il contegno dell’esternare in pubblico. Non è questione di ipocrisia e neppure di educazione. È questione di cultura e capacità di gestire le proprie opinioni e pulsioni in una conversazione. La critica e l’ironia sono sale della dialettica, se maneggiate con perizia. La libertà di parola non va confusa con la libertà di parolaccia, o peggio di minaccia, segno drammatico di uno scadimento non tanto dei tempi, ma delle menti. Scadimento che contagia anche chi dovrebbe esercitare più di altri l’uso della testa. La soluzione non è censurare i social, strumenti potenzialmente meravigliosi per comunicare: rapidi e democratici. Scrivere sui social però richiede un minimo di lezioni di guida, quanto meno la consapevolezza che è meglio essere ascoltati perché diciamo cose simpatiche o intelligenti, non perché alziamo la voce, insultiamo o gareggiamo nell’odiare. In fondo anche dopo una discussione al bar si pagava da bere ai simpatici, non ai cafoni o ai violenti.