La crisi si incarta, l’hanno capito tutti a cominciare da Mattarella che infatti ha concesso un giorno in più alle consultazioni inizialmente previste fino a domani sera. Poco male, in fondo sono due mesi che il governo si sta baloccando dietro a una inconcludente verifica, e aspettare un giorno in più non sarà certo un dramma. Il punto è piuttosto che la crisi si sta incartando politicamente, perché nessuno dei protagonisti riesce a uscire dalle proprie contraddizioni. La più evidente è quella del presidente del consiglio e dei partiti - M5S e Pd - che lo stanno sostenendo a spada tratta.

Giuseppe Conte è andato davanti alla Camere spiegando che, stante la pandemia, è "irresponsabile" aprire una crisi e non concentrarsi a risolvere i gravi problemi del Paese. Argomento nobilissimo, se non fosse che la risposta offerta è stata rincorrere quattro scappati di casa per cercare a tutti i costi di recuperare qualche voto al Senato. La pandemia è utile come spauracchio per scongiurare crisi o il voto ma sparisce d’incanto quando si tratta di individuare soluzioni. Come se amministrare oltre 200 miliardi di fondi europei, varare una difficilissima campagna vaccinale, rimettere in moto un’economia sul lastrico si possa fare con due Ciampolillo, tre Mastella e mezzo De Falco. Al di là infatti del pallottoliere, è infatti ormai evidente che l’operazione responsabili è fallita politicamente, perché il gruppo che anche dovesse venir fuori non possiede nessuna solidità e omogeneità politica. Rispetto a questa, le tanto criticate scissioncine di Ncd e di Ala erano Bad Gosemberg.

È una contraddizione, quella di ContePd5S che Mattarella sta portando alla luce. Nelle crisi di governo le chiacchiere davanti alle telecamere sono una cosa, quelle nello studio della Vetrata al Quirinale un’altra. E al di là di questa fase che è ancora molto tattica, ecco che il presidente della Repubblica sta mettendo il premier e i partiti di fronte alle proprie responsabilità. Le dimissioni di Conte prima dello scontato voto negativo in Senato su Bonafede sono state il primo atto del richiamo al principio di realtà, il secondo potrebbe essere la richiesta perentoria, ultimativa, di una prospettiva politica "vera", in cui i Ciampolillo tornino nell’anonimato in cui sono rimasti per tre anni. E se questa svolta non ci sarà, come pare ormai certo, si volterà pagina rispetto a Conte per aprire quella molto più sicura per l’Italia di un governo allargato ad altre forze con un altro premier. Forze politiche "vere", non quattro raccattati che fanno finta di essere un gruppo politico.