Non si va a Palazzo Chigi senza la benedizione formale e sostanziale del Quirinale. Ma non ci si va neppure senza il placet informale ma altrettanto sostanziale dell’amministrazione americana. Due cardini della politica italiana che, anche nel passare delle Repubbliche, sono rimasti pressoché intatti. Tanto intangibili che persino un ‘ribelle’ e un ‘irregolare’ (ma non per questo ingenuo) come Matteo Salvini, sia pure dopo qualche mese di goliardica e donchisciottesca ricreazione filo-russa, si è messo di buzzo buono nel voler dar prova di ortodossia atlantica. Il che, nel suo caso, vale doppio: perché lo riconcilia o lo accredita, a seconda dei punti di vista, sia con il Colle sia con gli Usa.

Non che il leader del Carroccio fosse politicamente sprovveduto e non sapesse quale fosse la bussola geopolitica dell’Italia, ma, ugualmente, c’è chi racconta che si sarebbe preso qualche licenza di troppo nei rapporti con Vladimir Putin. Poi, però, il fido e affidabile Giancarlo Giorgetti, considerato da sempre l’amerikano della Lega, è volato a Washington con una duplice mission: chiedere e ottenere ‘aiuto’ nel caso di attacchi speculativi ai danni dei nostri titoli di Stato; promuovere Salvini come prossimo premier presso Trump e, più in generale, presso l’amministrazione americana.

Il responso è stato nel segno del "wait-and-see": da qui, al ritorno, il consiglio del sottosegretario al vicepremier di darsi da fare, con parole e opere. Un suggerimento che il ministro dell’Interno ha preso molto sul serio e basta scorrere le sue posizioni delle ultime settimane per rendersene conto. Si è schierato decisamente e ripetutamente contro Maduro nella crisi venezuelana, sta facendo la faccia feroce sul Memorandum tra Italia e Cina e di fatto continua a mostrarsi recalcitrante (addirittura più dello stesso presidente della Repubblica). Come non bastasse, ha difeso a spada tratta la commessa militare con gli Stati Uniti relativa agli F35. Insomma, tre ‘prove d’amore’ a stelle e strisce che Oltreoceano apprezzano. E che, per ora, non suscitano tentazioni di rappresaglia al Cremlino: e, d’altra parte, non è detto che questo accada. Basta rammentare i precedenti di Silvio Berlusconi e dello stesso Romano Prodi.