C’è un che di già visto, quasi di invecchiato in questa manifestazione pentastellata a Roma sul taglio dei vitalizi. Un film in bianco e nero o una puntata del cinegiornale Luce, che osservi ricordando i tempi che furono, belli o brutti a seconda dei punti di vista, ma che in ogni caso non ci sono più. La politica di oggi brucia tutto in fretta, e tra le cose consumato c’è la retorica dell’anticasta, quella narrazione che ha fatto la fortuna di molti – non solo dei grillini – grazie alla quale eliminando qualche privilegio e rottamati i vecchi tromboni tutto si sarebbe sistemato. E invece si è scoperto che tolti i privilegi e sostituiti alcuni politici con altri, in tanti casi molto meno preparati di quelli prima, le cose sono rimaste come erano. Anzi, sono peggiorate, come dimostrano le cifre sulla produzione industriale (-1,3) e sulla crescita (Italia ultima in Europa).

Quella dei Cinquestelle più che una manifestazione identitaria, come dicono loro, è stato quindi un revival, un esercizio di politica vintage tanto più surreale se si pensa che a manifestare contro la casta sono stati coloro che da due anni occupano i piani alti del Palazzo, arrivati a Santi Apostoli a bordo della propria auto blu. Che in costante arretramento nei sondaggi calano l’unico asso rimasto, senza accorgersi che il mazzo è stato scozzato e le carte date di nuovo. E che proprio la vicenda del taglio dei vitalizi li mette sotto accusa due volte. La prima è per aver fatto di quei risparmi una bandiera sbiadita, se si pensa che porterà un risparmio di qualche decina di milioni a fronte dei sette-otto miliardi elargiti con un reddito di cittadinanza che non ha prodotto i posti di lavoro sperati, la seconda è che la riforma stessa sta per cadere sotto i colpi degli organi di controllo di Camera e Senato per il suo palese contrasto con uno dei principi cardini del diritto, ossia la non retroattività. Come per la Spazzacorrotti. Le rivoluzioni non basta volerle, vanno sapute fare.