Venerdì 21 Giugno 2024
LEONARDO BARTOLETTI
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Mondiali, la sicurezza parla italiano. Il ceo di Iss: "Ecco cosa si deve capire del Qatar"

Massimiliano Montanari al vertice del Centro Internazionale sulla Sicurezza dello Sport: "Un Mondiale unico per tecnologia disponibile e che ha cambiato il volto del paese in stile di vita e internazionalizzazione"

Coinvolti nei mondiali per promuovere valori ed etica dello sport. Tra i protagonisti della kermesse iridata anche il Centro Internazionale sulla Sicurezza dello Sport (Iss, International Sport Security), con sede a Doha e progetti attivi in tutto il mondo, con le principali istituzioni internazionali. Alla guida del Centro Massimiliano Montanari, ex funzionario delle Nazioni Unite.

“I detrattori di questo mondiale hanno parlato di ‘sportwashing’, i sostenitori di un grande esercizio di ‘sport diplomazia’. Io credo che si tratti di una tappa importante di riforma ed apertura in una regione di rilevanza strategica mondiale. Un Mondiale unico per tecnologia disponibile, innovazione e per il modo in cui, in pochissimi anni, ha cambiato il volto di un paese, sia in ambito di politiche pubbliche, stile di vita ed internazionalizzazione. Penso che questo Mondiale stia offrendo finalmente l’opportunità di farsi la propria opinione, non mediata, del Qatar, dei paesi del Golfo e del mondo Arabo in generale”.

Steward ai Mondiali (Ansa)
Steward ai Mondiali (Ansa)

Si è detto e scritto tanto sul tema dei diritti umani e della condizioni dei lavoratori in Qatar.  Qual’è la sua opinione?

“Ci sono state vittime sul lavoro in tutti questi anni, ma è necessario fare riferimento a fonti autorevoli per comprenderne la dimensione, i progressi fatti e gli obiettivi da raggiungere. Mi riferisco in particolare ai dati raccolti dall’ Organizzazione Internazionale del Lavoro e dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Non si devono confondere i numeri delle vittime del Mondiale con altre tragiche morti bianche avvenute nel corso dello sviluppo infrastrutturale del paese, avendo il Qatar il diritto, come lo abbiamo avuto in Europa ed in altri continenti, di costruire il proprio paese. La situazione del lavoro, come dichiarato in più occasioni dalle autorità qatarine e dallo stesso Segretario Generale del Comitato Organizzatore, non erano soddisfacenti. Dieci anni di preparazione hanno visto proliferare le attività della società civile, consolidato il ruolo della donna nella società e nelle istituzioni.  Molte delle posizioni di vertice sono ricoperte da donne dotate di grande esperienza internazionale e formazione accademica”.

La scelta del Qatar è stata criticata, sia per il Mondiale d’inverno sia per la poca storia calcistica del Paese…

L’organizzazione dei grandi eventi sportivi è stata per molti anni monopolio del mondo occidentale. Certamente è strano vedere un mondiale a dicembre.  Ma non siamo gli unici ad abitare questo pianeta ed avere diritto di ospitare un evento che crea opportunità per chi lo ospita. Non possiamo guardare ad un Mondiale semplicemente come intrattenimento. Scegliendo il Qatar, la Fifa ha deciso di sostenere gli sforzi della sua leadership nella promozione di un forte cambiamento sociale all’interno dei Paesi dell’area”.  

Parla spesso di pregiudizio, ne ha sofferto con la sua organizzazione?

“Il nostro Centro, grazie proprio a dieci anni di lavoro scientifico e stretta collaborazione con le istituzioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite e l’Unione Europea, ha raggiunto un buon riconoscimento a livello mondiale.  Lavoriamo in particolare per contribuire allo sviluppo di politiche internazionali per proteggere lo sport da violenza, abusi e corruzione, nonché promuovere l’uso dello sport come strumento di sviluppo e costruzione della pace.  Abbiamo parlato, tra i primi al mondo, dei mali dello sport tra cui la corruzione, gli abusi sui minori, le partite truccate.  Abbiano parlato di good governance e ci siamo seduti al tavolo con le agenzie internazionali per affrontare i problemi e proteggere la purezza dello sport.  A qualcuno questo non è piaciuto e ci ha accusati di essere uno strumento di ‘sportwashing’ a servizio delle politiche del Golfo. Se non ci sforziamo di capire, prima di giudicare, si rischia di colpire il bersaglio sbagliato ed ostacolare chi promuove il cambiamento”.

Come CEO della sua organizzazione quale considera i suoi maggiori successi?

"In Qatar, credo che con dieci anni di duro lavoro, di aver contribuito ad un importante processo di riforma legislativa e strutturale, sia in ambito di sicurezza che rispetto dei diritti fondamentali. Abbiamo creato un modello in ambito di società civile che credo abbia ispirato molti altri dopo di noi. A livello mondiale, se oggi si parla e si agisce per tutelare meglio sport sia in ambito di sicurezza che di integrità, credo sia grazie anche a noi. Abbiamo portato il tema della protezione e della ‘legacy’ dei grandi eventi al cuore del sistema delle Nazioni Unite costruendo un programma mondiale di assistenza tecnica. Abbiamo contribuito a scrivere la Convenzione del Consiglio d’Europa contro le frodi sportive ed i piani di azione dell’Unesco in tema d’integrità. Per il tramite della nostra Fondazione Save the Dream insieme ad Unicef abbiamo creato sistemi di protezione dei minori dallo sfruttamento sessuale e lavorativo in ambito sportivo, così come abbiamo portato lo sport nelle periferie del mondo, nei posti dimenticati come Darfur, la Somalia e presto la Libia. Con l’Unione Europea abbiamo promosso politiche di assistenza ai rifugiati nei paesi intorno al Mediterraneo, sviluppato sistemi di volontariato internazionale in ambito di progetti sullo sport, creando opportunità ed occupazione".