Venerdì 21 Giugno 2024
CRISTIANO TOGNOLI
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Jadid, l'ex erede di Baggio al Brescia: "Il mio Marocco come l'Italia mondiale del 2006"

Ha collezionato più di 300 presenze tra serie A, B e C. Ora ha aperto un centro sportivo a Mantova: "Solido in difesa e ripartenze micidiali, il Marocco può trionfare"

Tra i "marocchini italiani", che hanno saputo lasciare un segno nel calcio di casa nostra, a Brescia vive Abderazzak Jadid. Trentanove anni, nato a Beni Amir, giunto nello Stivale da piccolissimo, nel settore giovanile del Brescia fu subito battezzato come un fenomeno. E in effetti vederlo giocare era una luce per gli occhi. Un po’ trequartista, un po’ play, Corioni lo definì erede sia di Baggio che di Pirlo, due che in biancoazzurro hanno scritto pagine indimenticabili.

Abderazzak Jadid
Abderazzak Jadid

Non è andata proprio come preconizzato dall’ex patron delle Rondinelle, ma tra A, B e C il buon Jadid ha collezionato più di 300 partite tra Brescia, Lumezzane, Pisa, Pescara, Bari, Salernitana, Parma, Grosseto, Vicenza, Entella. Rimasto a vivere nel Bresciano, ha aperto un centro sportivo a Castiglione delle Stiviere (Mantova) con Matteo Serafini, altro calciatore bresciano e professionista tra Cremonese, Arezzo, Empoli, Vicenza, Pro Patria, noto per avere segnato 3 gol a Buffon in un Brescia-Juventus 3-1. Jadid tifa e sogna con il suo Marocco, prima africana di sempre ad arrivare in una semifinale Mondiale.

Jadid, qual è il segreto di questo Marocco? "La bravura nell’abbinare fase offensiva e difensiva. Ha giocatori che non sono magari conosciuti alle grandi platee, ma stanno facendo bene da un po’ con le loro squadre di club, e altri giovani di talento. Non c’erano aspettative così alte, ma l’obiettivo era stupire perché il potenziale c’è tutto. Con il passare delle partite hanno preso sempre più consapevolezza nei loro mezzi anche perchè sono messi bene in campo da Regragui e quando vanno in ripartenza fanno male a tutti gli avversari. In difesa sono solidi, hanno subito solo un gol. Ricorda un po’ l’Italia del 2006, speriamo sia di buon auspicio".

Da marocchini che vivete in Italia cosa provate di fronte a questo risultato storico? "Orgoglio, riscatto, un status politico che consente all’emigrato in generale, non solo ai marocchini, di non sentirsi di seconda fascia. In Italia, o almeno in alcune regioni, non ci sono purtroppo pari opportunità per chi viene da fuori come noi. Ci sono famiglie che vivono situazioni pesanti e che con questo risultato si possono sentire orgogliose delle loro origini. Anche per me è così. Dopo tanti anni riusciamo a dare e avere un’immagine di ragazzi umili, grandi lavoratori. È bello e non è un caso che i giocatori del Marocco a fine partita festeggino con le loro madri, da noi c’è molto rispetto per chi ci ha dato la vita. I ragazzi che indossano la nostra maglia danno un’immagine di disciplina, valori, correttezza. Sono anche molto religiosi e questo li aiuta per avere un valore aggiunto e ridarlo alla comunità. Per me l’Italia è una seconda casa e vivo con piacere questo momento che è bellissimo sia per il mondo africano che quello arabo".

C’è qualcosa che non vi sta piacendo? "Si, alcune dichiarazioni di certi politici che tendono a evidenziare solo le cose negative, ma preferisco non andare oltre".

Ziyech potrebbe essere un ottimo acquisto per il Milan? Altri giocatori su chi ti senti di scommettere? "Per Pioli sarebbe un affare dal punto di vista economico: è giovane, ha qualità. Come Ounahi, che vedrei bene da mezzala nel Barcellona di oggi. Lo stesso Luis Enrique ha avuto belle parole per lui. Non mi ha sorpreso perché nella Ligue 1 è un titolarissimo, molto affidabile".

Nemmeno Bounou è una sorpresa? "No, non può esserlo. Bastava seguirlo in Spagna dove è sempre uno dei migliore nella Liga. Il suo valore a questi Mondiali sta continuando a crescere, ma parliamo di un portiere di 31 anni che non deve dimostrare nulla".

Jadid che rapporto ha avuto da calciatore con la nazionale marocchina? "Sono stato convocato a 16 anni, ma nello stesso tempo mi chiamò anche l’Italia e scelsi il tricolore per riconoscenza verso un Paese che mi aveva accolto molto bene. La Federazione marocchina non l’aveva presa bene e da allora non mi vollero più convocare. Non mi pento della scelta fatta. I miei figli si sentono completamente italiani, ma hanno le usanze marocchine come è giusto che sia. Parlano italiano, hanno tanti amici italiani, non è come se fossero italiani, bensì sono italianissimi anche come mentalità".