Firenze, 4 dicembre 2017 -  Quando un vestito costava come un palazzo. Ed era cosa solo da re, principi, dignitari di corte, despoti e eccelsi della Chiesa. Era il Trecento e Firenze viveva un periodo di grande splendore, forse maggiore che nel Rinascimento, grazie agli affari che le famiglie più importanti facevano con i "pannilana" e con la sera, e grazie alla potenza delle sue Arti appunto della Lana e della Seta, potenti controllori anche della politica. Tanto splendore prima della Peste Nera del 1348 che sterminò mezza Europa e che però generò anche una immensa gioia di vivere e di apparire. A quel lusso vero, inarrivabile, così lontano dal concetto moderno e massificato, si rifà una mostra bellissima da domani al 18 marzo 2018 alla Galleria dell'Accademia di Frenze, "Tessuto e ricchezza a Firenze nel Treceto. Lana, seta, pittura", curata dalla Direttrice dell'Accademia Cecilie Hollberg che esamina di questo straordinario periodo storico le caratteristiche economiche, sociali e culturali. Specialmente l'influsso che i tessuti ebbero sull'arte e sul lavoro delle botteghe fiorentine che tempestarono di drappi e manti alcuni dei più famosi fondi oro dell'epoca, in uno scambio ideale di testimone dal telaio alla tavola del pittore. "E' interessante notare come nel Trecento l'architettura copiava i tessuti _ spiega Cecilie Hollberg _ specie quelli che provenivano dal mondo arabo con le loro geometrie. Mi è piaciuto poi rivestire il catalogo di questa esposizione, edito da Giunti, con un tessuto ripreso da un'opera di Lorenzo di Bicci  con riprodotte le fenici, simbilo di rinascita cattolica".

In mostra tessuti preziosi, spesso preziosissimi e tessuti di seta e d'oro, un corsetto del mito come il Pourpoint de Charles de Blois dal Museo del Tessuto di Lione, sontuosissimo, a contrasto con la pezza di tonaca di Santz Umiltà che arriva dall'Abazzia di Vallombrosa. Tenerissima e gracile la veste amaranto appartenuta a una neonata e ritrovata in Groenlandia. un esempio rarissimo di abito per l'infanzia che dal Trecento è arrivato fino a noi perchè ibernato sotto zero per secoli e secoli. Imperiale invece il piviale di velluto e disegni di fili d'oro dalle collezioni del Museo del Bargello, esempio di sfarzo senza fine. 

In  quell'epoca infine tanti i cambiamenti nella foggia delle vesti, i panneggi al femminile e la vera rivoluzione per l'abito maschile: via la tonaca e largo a pantaloni-calzamaglia come una seconda pelle e corsetti ampi sulle spalle e stretti in vita, veri vestiti alla moda. Che sboccia allora in un mutare continuo, fino ad oggi.