Barcellona, 1 ottobre 2017 - E da domani, si tratta. Il presidente della Generalitat Carles Puigdemont affida alle pagine del quotidiano di lingua catalana Ara la notizia della svolta. Il cambio di passo è frutto del combinato disposto della repressione decisa da Madrid che fatalmente abbasserà il numero dei votanti, dell’assenza di sponde da parte dell’Ue o di singoli stati europei e della mediazione svolta da alcuni giorni dal premier basco Inigo Urkullu che ha contattato sia Puigdemont che il premier spagnolo Mariano Rajoy. Il governo minoritario ha infatti bisogno del sostegno del partito basco Pnv, che ieri ha organizzato a Bilbao una manifestazione alla quale hanno partecipato 30 mila persone. 
 
Il premier catalano ha annunciato la svolta alla vigilia del voto anche sperando che in questo modo la repressione della Guardia Civil e della polizia sarà meno dura. «La gente – ha detto Puigdemont – voterà e voterà molto, in modo da lanciare un messaggio forte e affermare che la Catalogna ha il diritto di essere rispettata: non dico a essere riconosciuta uno stato indipendente ma il diritto di essere ascoltati e rispettati che ci siamo guadagnati e non può togliercelo nessuno, da Madrid alla Ue».

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Ma Puigdemont allontana l’ipotesi di una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Alla domanda se sia favorevole a una dichiarazione unilaterale di addio alla Spagna, Puigdemont ha frenato. «Tutti capiscono che le grandi decisioni devono essere consensuali e che si deve seguire un’agenda politica che sia ragionevole, realista ed effettiva. Dunque serve una grande dose di pazienza, comprensione e flessibilità. Dobbiamo fare in modo che tutto quello che otteniamo il primo di ottobre non si perda il 2. Quello che abbiamo cercato per anni, che otterremo e che festeggeremo la notte del primo ottobre sono convinto che non lo rovineremo il 2 o il 3».

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La svolta è notevole tenendo presente la legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre, la ‘Ley del referéndum de autodeterminación vinculante sobre la independencia de Cataluña’, che in caso di vittoria del sì impegnava le autorità catalane a dichiarare unilateralmente l’indipendenza. La decisione è dura da digerire per gli alleati della Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), il secondo partito della coalizione indipendentista. Ma in poltica nulla è definitivo. 
Il governo catalano ha chiaro che, come ha confermato il Tribunal Constitucional spagnolo del 2014, il diritto a decidere il proprio destino è aspirazione legittima ma impedita da questa Costituzione.  

Il piano è quindi arrivare a trattative con il governo spagnolo che portino auspicabilmente a una modifica della Costituzione e poi a un referendum vincolante. O se non sarà possibile, a un referendum consultivo (ma non informale come quello del novembre 2014) organizzato con l’assenso di Madrid. Per cosa? Auspicabilmente, i catalani vorrebbero un referendum sull’indipendenza, ma il loro punto di caduta è lo Statuto di autonomia della Catalogna, approvato nel referendum del 18 giugno 2006, e che nel 2010 il Tribunal Constitucional spagnolo modificò d’autorità in dieci articoli, depotenziandolo e innescando così il nuovo vento indipendentista. Un obiettivo che, agitando lo spettro dell’indipendenza, a Barcellona credono possibile.