Washington, 7 dicembre 2017 - Professor Paolo Magri (Ispi) quale è il fine di Donald Trump nell’annunciare lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme?

Da una parte c’è l’elemento che sembra accomunare le decisioni prese finora da Trump: la volontà di tenere fede alle promesse elettorali ogni qualvolta sia possibile farlo tramite decisione unilaterale del presidente, e la volontà di ribaltare l’operato del suo predecessore, Barack Obama. Dall’altra parte però c’è anche la consapevolezza che il processo di pace tra Israele e Palestina ha subito una pericolosa battuta d’arresto negli ultimi anni. Per questo motivo probabilmente Trump proverà a “forzare la mano” aprendo la strada all’imposizione del piano statunitense – e saudita – per la pace. Difficile però dire se gli effetti potranno essere positivi.

I paesi musulmani sono insorti, ed era prevedibile. Dice Erdogan che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele “sarebbe una dinamite per la pace e un beneficio per i gruppi terroristici”. Una lettura corretta?

ll rischio di un aumento della violenza in seguito alla decisione di Trump esiste. Non credo si arriverà a una nuova intifada, ma rappresaglie e azioni mirate da parte di frange estremiste palestinesi sono possibili. Almeno a livello retorico poi la decisione del presidente Usa sembra avere compattato un fronte che comprende paesi molto diversi tra loro: dall’Arabia Saudita alla Turchia all’Iran. Nelle parole di Erdogan in particolare troviamo il desiderio da parte del leader turco di accreditarsi come leader del mondo musulmano sunnita.

Trump spera di rinsaldare un asse anti Iran tra i paesi sunniti che ruotano attorno a Riad, l’Egitto ed Israele e su questo arrivare a un piano di pace. Una lettura troppo ottimistica?

Questa lettura è esattamente la più accreditata al momento, in grado di spiegare il perché della improvvisa accelerazione di Trump. Si riporta infatti di un accordo raggiunto in maniera informale nei mesi scorsi tra Jared Kushner, genero di Trump nonché colui che gestisce il dossier israeliano, e Mohammad bin Salman, erede al trono saudita, in base al quale l’Arabia Saudita sarebbe disponibile a una normalizzazione dei rapporti con Israele in cambio di un solido appoggio alla politica anti-iraniana di Riyadh. Se guardiamo alle recenti mosse saudite, tutte improntate al respingimento dell’influenza iraniana nella regione, possiamo trovare conferma del fatto che il rinsaldamento di un asse anti-Iran sia in cima all’agenda delle priorità della leadership saudita.

Che farà la Russia?

Come dimostrato dal fatto che il leader dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas abbia richiesto nei giorni scorsi l’intervento del presidente russo Putin, la Russia si conferma il nuovo attore chiave nelle mediazioni diplomatiche. La crisi innescata dalla decisione di Trump fornisce dunque a Mosca l’ennesima occasione (dopo la Libia, il Kurdistan e il processo di Astana) di presentarsi come attore costruttivo nella regione, riscattandosi dalle accuse di essere invece un attore distruttivo (si veda la Siria). Difficile però dire di quanto margine di manovra effettivamente disponga Mosca.

L’Iran è furioso. Uno scontro diretto tra Iran/Hezbollah e Israele è ipotizzabile?

L’ipotesi di uno scontro diretto tra Iran/Hezbollah e Israele si è fatta sempre più probabile nelle ultime settimane. Non tanto come precisa volontà degli attori in causa quanto come possibile conseguenza accidentale di una situazione regionale che si fa sempre più tesa. Quella in corso al momento è sicuramente una manovra accerchiatoria da parte di Arabia Saudita e Israele nei confronti della Repubblica islamica iraniana. Il fatto che alla Casa Bianca sieda oggi un presidente apertamente anti-iraniano rinsalda il fronte saudita-israeliano, portando i due strani alleati a compiere azioni estremamente audaci.