Roma, 27 agosto 2017 - Una scena da Arancia meccanica: una coppia di giovani amici approcciata di notte sul lungomare di Rimini, trascinata in spiaggia, lui picchiato a sangue, lei violentata a turno dai quattro membri del branco e infine, a sfregio, buttata in acqua come un oggetto inanimato. Una violenza sconvolgente, un senso di impunità evidente. I quatto hanno le ore contate. La loro notte di violenza era cominciata ben prima ed è finita ben dopo l’orribile crimine commesso in riva al mare. È finita con lo stupro di un trans. Pendono sui loro capi quelle che consideriamo due aggravanti, anche se la legge non le riconosce come tali. Sono stranieri, pare magrebini, e quando l’efferatezza ha per protagonista un “ospite” il senso comune si ribella perché prende forma l’immagine della casa violata, della fiducia tradita. Erano strafatti da alcol e droghe, e, come scriveva quasi quattrocento anni fa il filosofo Thomas Hobbes nel “Leviatano”, l’alterazione psicofisica deliberata tutto dev’essere fuorché un’attenuante. Li prenderanno. E quando li prenderanno la pena dovrà essere esemplare.

È ORA DI FINIRLA con i sociologismi, con la comprensione materna, con l’approccio caritatevole al crimine: il Male esiste e va messo in capo a chi lo commette, non alla società. Ricordiamo con raccapriccio la recente decisione di un gip di Reggio Emilia che ha rimesso in libertà un pedofilo pakistano reo confesso di una violenza sessuale ai danni di un quindicenne disabile. Ecco, non deve più accadere. Ne va della credibilità delle istituzioni. Un’altra sentenza di questo genere e ciascuno di noi, anche il più equilibrato, sarà incoraggiato, quasi obbligato a farsi giustizia da solo. Il Male esiste, l’aggressività è un sentimento naturale, la lotta all’ultimo sangue appartiene agli uomini più di quanto non caratterizzi il mondo animale. Eppure, qualcosa sta cambiando. E sta cambiando in peggio. Le sconvolgenti immagini del linciaggio di Niccolò Ciatti in un locale della Costa Brava. L’incomprensibile aggressione di Daniele Bariletti in un locale di Jesolo. La scorsa estate il tema era la droga. Quest’estate è la violenza. Droga e violenza comunque a braccetto. C’è stato un tempo in cui se di una persona si diceva che “è cattiva” la si metteva fuori dal consesso civile. Oggi, al pari della furbizia, la cattiveria è considerata una virtù: se ne vantano i leader politici, la celebrano i film, la esaltano i romanzi, la sdoganano i cartoon. Più che dalla “nobile arte” del pugilato, i giovani sono oggi attratti dalla Mma, un misto di arti marziali che prevede la possibilità di infierire sull’avversario anche quando è a terra. L’ha subita il povero Ciatti. Ma l’antidoto a tanta cieca violenza, la cura a tanta efferatezza non è la censura moralistica, bensì la riscoperta di un concetto antico ormai obsoleto: il concetto di onore. Raccontiamo ai nostri ragazzi storie di onore individuale, suggeriamogli modelli onorevoli. Sarà più facile, allora, che l’aggressore si fermi se l’avversario è a terra o che qualcuno tra i presenti trovi il coraggio per fermare l’aggressore. Quel coraggio che forse, a Rimini, a qualcuno è mancato.