Più che l’onor valse il sondaggio e così, al culmine di un sofferto cammino interiore, il Pd decide che è meglio prendere atto pubblicamente oggi della propria inane ostinazione nella difesa di una legge ormai inattuabile piuttosto che farlo più a ridosso del voto o, peggio ancora, andare alle urne agitando un vessillo che la stragrande maggioranza degli italiani, anche di sinistra, ha già rottamato. Meglio una figuraccia oggi che una sconfitta certa domani. Chissà, magari sarà stato il Papa a dare l’ultima spallata, fatto sta che come Bergoglio anche Matteo Renzi compie un atto di realismo – virtù che non gli ha mai fatto difetto – e ammette ciò che era chiaro da tempo: al di là del merito, lo ius soli è inviso al Paese e a sei mesi dal voto non è pensabile una sua approvazione. Eliminandolo dal calendario parlamentare, il Pd toglie dal cammino di Gentiloni l’unica vera pietra di inciampo che separava il governo dalle elezioni di primavera e stende una pietra tombale sopra qualsiasi ipotesi di dialogo a sinistra. Calcolando probabilmente di recuperare al centro i consensi persi da quella parte. Una scelta netta, rischiosa, ma comunque una scelta. 
Da settimane Renzi aveva capito che la legge sulla cittadinanza agli stranieri viaggiava su un binario stra-morto ma almeno pubblicamente continuava a sostenerla, un po’ per ricordare a tutti che il Pd è un partito di sinistra un po’ per tenere sotto pressione Gentiloni. Arrivati al momento in cui le carte si scoprono, lo scenario reale è però emerso. Ed è uno scenario di un Pd che batte sempre più al centro, come l’opzione siciliana al fianco di Alfano aveva fatto intuire. Il fossato politico, umano e anche personale con la sinistra è troppo profondo e Renzi ha capito che mai e poi mai potrà essere superato, né prima né dopo il voto. Tanto vale farlo adesso. E poi non era stato il Papa ieri a chiedere «prudenza»? Eccola..