Giovedì 18 Aprile 2024

La paghetta è diventata digitale. Quanto dare ai figli? Resta un rebus

L’innovazione cambia la gestione del denaro. Satispay apre agli under 18, come altre piattaforme. Il rapporto dei ragazzi con i soldi tra rischi di comportamenti sbagliati ed educazione al risparmio

Alberto Dalmasso

Alberto Dalmasso

Strumento educativo o corruzione di minore? Allenamento al risparmio o strumento di ricatto? La paghetta non muore, si evolve. E anche oggi che diventa digitale (Satispay apre agli under 18) continua a sollevare i dubbi di una volta: perché un genitore dovrebbe anche "stipendiare" la creatura calzata e vestita cui dà vitto e alloggio, istruzione, vacanze e Netflix? Da uno studio effettuato qualche anno fa da Ing, uno dei principali gruppi bancari e assicurativi al mondo su un campione di 12 mila clienti in 13 paesi, emergeva la chiara funzione pedagogica del periodico foraggiamento: coloro che durante l’infanzia hanno ricevuto somme di denaro settimanali, da adulti hanno dimostrato di sapere gestire meglio le finanze a lungo termine. Non è specificato se la cosa valga anche per chi dilapidava tutto subito in figurine Panini. O se il contributo extra della nonna abbia favorito la lugubre idolatria del gruzzolo, conservato di solito dentro una scatola di latta periodicamente saccheggiata da un fratello.

Con il portafoglio digitale in teoria l’under diciotto è pronto per spiccare il volo sulle rotte del cash flow, il brivido dei bonifici e lo sconforto di finire in rosso. Si crea un account autorizzato dai genitori o da un tutore legale e mamma e papà cominciano a caricare il portafoglio digitale impostando un budget, per poi monitorare le uscite. "Satispay vuole essere un aiuto nella gestione del denaro anche per i più giovani – spiega Alberto Dalmasso, ceo e co-fondatore di Satispay – Lo strumento è sicuro, semplifica la quotidianità, stimola la consapevolezza". Tutto immediato, tracciato, senza costi. Perché entri in testa una volta per tutte l’idea che il denaro non è né buono né cattivo, solo uno strumento di relazione. E sia lavato il sospetto che fare le moine allo zio serva a raccattare anche da lui dieci euro.

Il punto è quale cifra considerare moralmente accettabile. E stabilire per cosa vada spesa. Divertono, spaventano e non possono essere considerate metro di paragone le elargizioni fatte ai figli dei vip. Si favoleggia che da piccina Lourdes Maria Leon Ciccone, la figlia di Madonna, avesse bisogno di 11 mila dollari alla settimana mentre Suri, l’erede di Tom Cruise, si accontentasse di mille, gestiti dalla tata e quasi tutti trasformati in videogiochi. Generose sono state Kate Moss, capace di allungare alla figlia Lila Grace 8 mila sterline a settimana, e Julia Roberts, che con 8 mila dollari a testa teneva buoni i gemelli Hazel Patricia e Phinnaeus Walter. Altre esigenze, si può capirli. Lourdes a sette anni usava prodotti di bellezza costosissimi e andava a scuola in limousine, Miley Cyrus con i suoi mille dollari a settimana si toglieva dalle secche della frustrazione con scarpe, borse e vestiti importati dall’Italia.

Ma i nostri adolescenti di quanto hanno bisogno per non sentirsi dei disadattati? Cinquanta euro il venerdì sono un’enormità o la soglia minima per non essere considerati spilorci? E ancora torniamo lì: cinquanta euro per fare che cosa se il frigo è sempre pieno, lo shopping si fa con mamma e il cellulare non può morire per un tacito accordo con il padre ansioso?

Tenetevi forte. Uno studio dell’Istituto Mario Negri e dell’Università Cattolica di Milano ha stabilito che tra gli adolescenti la disponibilità di oltre 10 euro a settimana è associata a una maggiore probabilità di fumare, bere o giocare d’azzardo. Insomma la paghetta aumenterebbe le probabilità di assumere comportamenti a rischio, fosse anche solo la dipendenza economica dai genitori bancomat che oggi inconsapevolmente li spingono a farsi le canne e domani saranno costretti a pagare loro l’affitto di un monolocale, perché l’abitudine è dura a morire. Nessuno ha il coraggio di dire che dieci euro non bastano neppure per le caramelle o, come usava in quei tempi là, per i ghiaccioli. Nessuno arriva a metterla su un piano di franchezza totale: a cosa ti servono? Ti impegni a non buttarli in cavolate o peggio? C’era una volta la paghetta. Striminzita già nel diminutivo, non quantificabile, diversa in ogni famiglia. Cinquanta, cento lire. E via di chinotto nelle sere d’estate, quando la parrocchia trasferiva il cinema all’aperto. Non si può dire che l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani sia cominciata così, non era questione di arrivare a fine mese ma solo di mettere prima o poi le mani sulla figurina di Gigi Riva. I soldi erano fatti della materia dei sogni. E nemmeno oggi è facile parlare concretamente di risparmio in un paese dove i figli hanno le mani bucate e prendono più soldi dei coetanei europei (ci battono solo gli austriaci), ma i loro genitori non sono messi tanto meglio quando si tratta di mettere qualcosa da parte. Lascia che si diverta, se esce la sera non può fare la figura del pezzente.

Gli esperti dicono che i bambini cominciano ad acquisire la capacità di riconoscimento dei soldi attorno al sesto, settimo anno di vita, un’età in cui le competenze mentali sono ancora precarie e confuse, intrise di pensieri magici. Solo intorno ai 10-11 anni iniziano a capire il senso del denaro ed è allora che si possono aprire le danze. Con che cadenza e soprattutto con quale cifra? Cinque-otto euro alla settimana possono essere sufficienti fino a 12 anni, sui 16 si può alzare il tiro. A patto che gli extra se li paghino da soli, altrimenti diventa vampirismo.