Paolo Franci

E sì, la Juve s’è fatta Atalanta e così ha vinto la Coppa. S’è ammantata d’umiltà, ha sofferto, rischiato di cadere, s’è impennata e poi anche un po’ smarrita, senza mai sentirsi Juve però. La Juve vista finora, s’intende. S’è fatta Atalanta nel pressing feroce del secondo tempo, nella capacità di ripartire svelta e nel freddo cinismo con il quale ha approfittato dell’improvviso e imprevedibile calo di giri del martello pneumatico di Gasp. Non sappiamo se sarebbe bastata maggior umiltà per fare meglio in stagione e non sappiamo se servirà per prendersi una piazza Champions. Di sicuro ‘l’umiltè’ – per dirla alla Crozza-Sacchi – ieri sera ha fatto la differenza. E poi, quante cose che mai avremmo immaginato di vedere. La Juve che se la gioca con quel 4-5-1 per contenere gli Incontenibili di Gasperini. E poi, dopo il bellissimo gol di Kulusevski, la corsa di Pirlo in stile Berlino 2006 a fare mucchio in campo con i suoi. Per uno abituato ad alzare impercettibilmente un sopracciglio a un gol dei suoi beh, ti dà l’idea di cosa si porti dentro Andrea. Per non parlare dell’abbraccio con Dybala quando Chiesa l’ha messa dentro: due bimbi al gol della squadra del cuore. Eppoi, mai avremmo pensato di emozionarci per ciò che, nella vita normale prima del Covid, avremmo bollato nelle cronache come uno “stadio semideserto”. E invece sono bastate poche migliaia di tifosi per accendere l’effetto Maracanà. Bellissimo e così normale, meravigliosamente normale.