Italo Cucci

Un’altra Italia, incredibilmente diversa da quella europea, fa tornare i fantasmi della Nazionale sempre in agguato. Stavolta cerca guai Mancini che, assente il perseguitato Immobile, ubbidisce alla logica predicata da gran parte della critica: ha un centravanti di ruolo, Belotti, e lo schiera anche se l’occhio meno esperto lo vede subito a disagio, per problemi suoi e del gruppo che non lo cerca, non lo serve, non lo eccita a battagliare. Un’Italia disunita prende al 12’ un gol di Widmer grazie anche a una difesa azzurra incerta, addirittura intrappolata dalla ripresa bassa, e si ritrova senza un’adeguata strategia offensiva, solo una reazione nervosa e velleitaria. Le chiacchiere sul falso nueve – fisime guardiolesche – ingannano il Ct che finalmente al 58’, dopo il miracoloso pareggio di Di Lorenzo minacciato dal Var, torna a Berardi, accentra Chiesa, ritrova un’intesa approssimativa ma fiduciosa. Nel contempo, come se non fossero bastate le assenze di Chiellini, Verratti e Immobile, perde anche il motore Barella, già sfiancato da tempo per una pallonata violenta sui gioielli. Mancando una manovra danzante – il meglio del miracolo europeo – e il Jorginho fatutto e intelligente che ci portò a Wembley, il gioco azzurro è faticoso, ne soffrono Emerson, Locatelli e Insigne, quest’ultimo esce e suggerisce a Mancini la mossa della speranza o della disperazione: Raspadori.

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