di Gianmarco Marchini Quando la Juventus ha alzato al cielo per l’ultima volta la Champions, Matthijs De Ligt e Rodrigo Bentancur non erano nemmeno nati, Rabiot aveva poco più di un anno e un promettentissimo ragazzino portoghese di nome Cristiano Ronaldo era appena stato ceduto dall’Andorinha al Nacional de Madeira per 20 palloni di cuoio e una decina di divise da gioco. Riferimenti temporali che restituiscono l’idea precisa di quanto sia lunga e spossante l’attesa europea per il popolo bianconero. Dalla notte del 22 maggio...

di Gianmarco Marchini

Quando la Juventus ha alzato al cielo per l’ultima volta la Champions, Matthijs De Ligt e Rodrigo Bentancur non erano nemmeno nati, Rabiot aveva poco più di un anno e un promettentissimo ragazzino portoghese di nome Cristiano Ronaldo era appena stato ceduto dall’Andorinha al Nacional de Madeira per 20 palloni di cuoio e una decina di divise da gioco.

Riferimenti temporali che restituiscono l’idea precisa di quanto sia lunga e spossante l’attesa europea per il popolo bianconero. Dalla notte del 22 maggio 1996 a oggi: ventiquattro, infiniti, anni di speranze disattese, di rimpianti, di rigori sbagliati, di finali perse o di appuntamenti mancati.

Il prossimo incontro decisivo con la Storia è cerchiato sul sette agosto: all’Allianz Stadium la maledizione si presenterà con le divise dell’Olympique Lione e fischiettando con un bell’1-0 sotto l’ascella, eredità della sciagurata spedizione francese di fine febbraio che ora rende ancora più complicata la strada dei bianconeri verso Lisbona.

Ma di non andarci proprio in Portogallo, non se ne parla. La società non ci vuole nemmeno pensare. Incontemplabile l’ipotesi di uscire agli ottavi contro la terza forza del campionato francese, che è un po’ come se noi sostenessimo di essere i secondi più belli del nostro condominio.

Inaccettabile l’ipotesi di uscire ora, tanto che un’eventuale eliminazione renderebbe tutt’altro che eventuale la fine dell’era Sarri. Lo sa bene, Maurizio che, infatti, da settimane vive in uno stato di grande tensione, quasi per nulla stemperata dalla conquista del suo primo scudetto, il nono consecutivo in casa Juventus. Un titolo arrivato in coda a una stagione anomala per l’incubo Coronavirus e quasi anonima per i bianconeri, che - perse Supercoppa e Coppa Italia - hanno chiuso davanti a tutti in campionato senza aver né il miglior attacco, né la miglior difesa, e - cosa forse ancor peggiore - senza una vera identità di gioco.

La Juve sembra una bellissima idea sfiorita sul nascere, perché figlia di un malinteso tecnico tra i rigori tattici dell’allenatore e la natura fortemente individualista della rosa.

Alla fine, dall’imbarazzo la Signora si è tolta proprio grazie ai colpi dei suoi solisti: con i 31 goldi Cristiano (in ultimo quello scaccia-fantasmi alla Samp) e con le magie di Dybala, definitivamente sbocciato nonostante gli evidenti tentativi di liberarsene fatti prima da Paratici sul mercato, e poi dal tecnico con ripetute e inspiegabili sostituzioni. Entrambi se ne sono pentiti, tanto che il primo lavora a un maxi rinnovo, e il secondo prega per recuperarlo per venerdì. Altrimenti dovrà appellarsi al solo Ronaldo. Dal Real assicurano che potrebbe bastare.