Paolo Franci

Prima la distruzione dal basso figlia del Guardiolismo. Poi, il fragile assembramento attorno a Marega. Infine e per fortuna, il dolce guizzo di Fede Chiesa. Così, è andato in scena il quasi suicidio portoghese della peggior Juve della stagione. Quella che prima di Napoli era ripartita, rinata, rifiorita. Poi, il rigorino di Insigne tutti a credere (sperare): ma figurati, pensavano alla Champions no?Il caro vecchio panno caldo quando c’è una serataccia. E invece s’è materializzato l’incubo peggiore e cioè che la Juve costruita negli anni per vincere la Champions, possa non essere all’altezza di vincere la Champions, se bastano Lione o Porto a metterti in ginocchio. Tutto questo inseguendo l’utopia del bello quale optional del concreto. Però, poi il pallone sa essere meravigliosamente beffardo: quando tutto sembra perduto, arriva un lampo che cambia colori e fumature. Resta però la brutta prestazione. Nessuna voglia di fare restaurazioni, però s’era arrivati a sostenere che un tecnico capace di vincere scudetti in fila e raggiungere due finali di Champions, Max, non fosse all’altezza di guidare la Juve perchè per niente incline a un calcio dandy. E allora ci si è buttati prima su Sarri, che non è riuscito ad inoculare se stesso tra le righe bianche e nere, poi ecco Pirlo a tentare di offrire bellezza e sostanza. Però, senza Chiesa, oggi parleremmo di un’altra tragedia bianconera.