Tadej Pogacar, 22 anni. Solo in questa stagione ha vinto 12 volte, compresa la Liegi-Bastogne-Liegi. Il secondo trionfo al Tour arriva alla terza stagione da pro
Tadej Pogacar, 22 anni. Solo in questa stagione ha vinto 12 volte, compresa la Liegi-Bastogne-Liegi. Il secondo trionfo al Tour arriva alla terza stagione da pro
di Angelo Costa Nessuno aveva mai vinto due Tour alla tenera età di ventidue anni: spiega abbastanza della dimensione di Taddeo Pogacar. In cima al podio di Parigi c’è un fenomeno destinato a meravigliarci ancora e per più anni: quando si è manifestato, si pensava che fosse il campione del futuro, invece è il marziano del presente. Un killer sorridente, che non stende i rivali con la cattiveria, ma con la serenità che lo accompagna pure nella vita. Uno che non insegue record, ma inevitabilmente ne sbriciolerà...

di Angelo Costa

Nessuno aveva mai vinto due Tour alla tenera età di ventidue anni: spiega abbastanza della dimensione di Taddeo Pogacar. In cima al podio di Parigi c’è un fenomeno destinato a meravigliarci ancora e per più anni: quando si è manifestato, si pensava che fosse il campione del futuro, invece è il marziano del presente. Un killer sorridente, che non stende i rivali con la cattiveria, ma con la serenità che lo accompagna pure nella vita. Uno che non insegue record, ma inevitabilmente ne sbriciolerà parecchi.

Benvenuti nell’era Pogacar, bimbo sloveno che sembra nato apposta per la bici: quando è in sella fa tutto con una facilità che toglie il fiato. Non lo spingono solo il talento e l’ambizione, ma anche la voglia di divertirsi: quando c’è lui, si divertono meno gli altri. Non solo nei grandi giri: siamo davanti a un fuoriclasse totale, che vince in salita, a cronometro e negli sprint poco affollati, nelle corse a tappe e nelle classiche. Vince quando vuole: di solito, capita ai cannibali.

C’era una volta il Cannibale, per la storia Eddy Merckx, uno che a leggerne l’elenco dei successi sembra non aver perso mai. Adesso di cannibali c’è Pogacar, più o meno sulla stessa strada: in questa stagione, ha quasi sempre fatto centro (12 vittorie il conto attuale, Liegi compresa), abitudine presa fin da quando si è presentato un paio di anni fa, terzo alla Vuelta con tre tappe vinte al primo grande giro. Davanti a questo genere di prodigi c’è poco da discutere: c’è solo da goderseli e applaudire.

Da piccolo lo chiamavano “Tamao“ e lui raccontava di voler diventare il migliore di tutti in bici, passione ereditata da uno dei tre fratelli, tutti studenti o laureati. Non un tipo qualsiasi, ma un condensato di semplicità, che ama i videogiochi e le passeggiate con la fidanzata ciclista Urska Zigart e che a vent’anni già progetta di restituire qualcosa al suo sport, lavorando per i più giovani.

Con la sua aria da bravo figliolo, nell’amato clima familiare, Pogacar quasi contrasta con la pomposità della serata finale sui Campi Elisi. Eppure il campione è extralarge: a sfilare sul podio non è soltanto uno che i Tour è bravo a vincerli da solo, non avendo attorno uno squadrone, ma il leader di una generazione portentosa che sta spazzando via i trentenni. Ne fanno parte Vingegaard, Van Aert, Van der Poel, Evenepoel, lo stesso Bernal, ragazzi che corrono senza calcoli, come se non ci fosse domani. Il domani di Pogacar è già dietro l’angolo, a Tokyo, dove volerà non certo per limitarsi ad onorare la sua maglia gialla: per campioni così non esistono gare da disputare, ma solo corse da vincere.