23 agosto 2008. Stavo sulla tribuna del Nido dell’Uccello, il faraonico stadio di Pechino teatro della finale olimpica di calcio tra l’Argentina e la Nigeria. Vinsero 1-0 i sudamericani ma a colpirmi fu la frase del collega catalano che mi sedeva accanto: "Hai visto il nostro bambino di Barcellona? Hai visto quanto è grande Leo Messi?". Parto da questo ricordo perché non riesco ad immaginare, nella storia del calcio e dello sport tutto, divorzio più clamoroso e traumatico di quello che sta maturando tra la Pulce e il Barça. Eh, sì. Qui non parliamo soltanto di un innamoramento figlio dei dribbling e dei gol. Qui parliamo di una...

23 agosto 2008. Stavo sulla tribuna del Nido dell’Uccello, il faraonico stadio di Pechino teatro della finale olimpica di calcio tra l’Argentina e la Nigeria. Vinsero 1-0 i sudamericani ma a colpirmi fu la frase del collega catalano che mi sedeva accanto: "Hai visto il nostro bambino di Barcellona? Hai visto quanto è grande Leo Messi?". Parto da questo ricordo perché non riesco ad immaginare, nella storia del calcio e dello sport tutto, divorzio più clamoroso e traumatico di quello che sta maturando tra la Pulce e il Barça. Eh, sì. Qui non parliamo soltanto di un innamoramento figlio dei dribbling e dei gol. Qui parliamo di una identificazione reciproca totale. Di una immedesimazione integrale. Tra un popolo e un simbolo. Tra una terra, la Catalogna, e il suo eroe, appunto Leo Messi, 33 anni. Non conta che sia argentino: se mai i secessionisti delle ramblas ottenessero l’agognata indipendenza, beh, nel Pantheon dello stato nuovo ce lo metterebbero di sicuro, l’idolo del Camp Nou.

La storia di questa sana follia comincia all’alba del millennio. Comincia quando il papà di Leo teme che il figliolo adolescente sia bloccato nei suoi sogni da una crescita fisica che non arriva. È una malattia o qualcosa del genere, ma qualcuno a Barcellona l’ha visto giocare a pallone, quel bambino che rischia di restare un nano o giù di lì. E allora il club azulgrana paga le cure, investe nelle terapie ormonali e intanto la faccenda diventa di dominio pubblico. Ne sentivo parlare nei bar sulla Avenida Diagonal o nei ristorantini sul mare: ma lo sai che c’è una Pulce nel vivaio del Barça, una Pulce che cambierà la storia del football?

Messi è più grande di Cristiano Ronaldo ed è la vera superstar planetaria di questo scorcio di secolo proprio per questo: per il vissuto che si tira dietro e perché ha fin qui indossato una maglia sola, oltre a quella dell’Argentina. Ha vinto e ha stravinto con il Barça, ha anche perso e straperso, per carità, eppure a Barcellona sapevano, come disse quel collega a Pechino, che Leo era il loro bambino, il loro gioiello, il loro Dio pagano. Messi uguale Barça, in una sublime fusione di sentimenti.

Inutile era qualunque paragone, con il Maradona di Napoli o il Totti di Roma: qui è diverso, o meglio è stato tutto diverso per due decenni, tra Coppe alzate e ingaggi mostruosi, tra serpentine geniali e sterzate da urlo, tra miracolose intuizioni e spettacolose prodezze balistiche. Leo, l’argentino, incarnava alla perfezione l’orgoglio dei catalani, che non si sentono spagnoli, che sono repubblicani e non monarchici e se proprio deve esserci un re, pussa via Felipe, sul trono può starci soltanto Messi.

Che vada a finire e per giunta male, una storia di simbiosi così intima e intensa, suscita una punta di tristezza persino in chi sogna di vederlo, Leo, con la maglia della propria squadra. Parlano del City del mentore Guardiola, degli sceicchi di Parigi, addirittura dei cinesi dell’Inter.

Ma non sarà la stessa cosa. Messi via da Barcellona è come lo scioglimento dei Beatles, è come l’ultima astronave Apollo che lascia la luna, è come l’aquilone di Charlie Brown che va perso per sempre tra le nuvole. ’All things must pass (George Harrison). Tutte le cose debbono passare. Ma che peccato!