Nino Benvenuti, sulla sinistra, in un tentativo di assalto a Carlos Monzon a Montecarlo
Nino Benvenuti, sulla sinistra, in un tentativo di assalto a Carlos Monzon a Montecarlo
di Leo Turrini Mezzo secolo fa, maggio 1971, si dissolveva definitivamente in Italia la magia della grande boxe. La colpa (o il merito, dipende dai punti di vista) fu di un argentino con la faccia da indio. Si chiamava Carlos Monzon e sul ring di Montecarlo gonfiò di cazzotti la faccia di Nino Benvenuti. Era il match di rivincita per il titolo mondiale dei medi: pochi mesi prima, il sud americano aveva sottratto la corona all’italiano dell’Istria, mandandolo kappao sul quadrato di Roma. La rivincita fu seguita sugli schermi in bianco e nero della Rai da trenta milioni di persone, dalle...

di Leo Turrini

Mezzo secolo fa, maggio 1971, si dissolveva definitivamente in Italia la magia della grande boxe. La colpa (o il merito, dipende dai punti di vista) fu di un argentino con la faccia da indio. Si chiamava Carlos Monzon e sul ring di Montecarlo gonfiò di cazzotti la faccia di Nino Benvenuti. Era il match di rivincita per il titolo mondiale dei medi: pochi mesi prima, il sud americano aveva sottratto la corona all’italiano dell’Istria, mandandolo kappao sul quadrato di Roma.

La rivincita fu seguita sugli schermi in bianco e nero della Rai da trenta milioni di persone, dalle Alpi alla Sicilia. Motivo: Nino Benvenuti (che mi onoro di avere come amico) era un simbolico patriottico. Con il loro tifo, gli italiani credo cercassero di compensare l’ingeneroso trattamento che, dopo la guerra, era stato riservato ai profughi istriani, crudelmente scacciati dai comunisti slavi del maresciallo Tito e certo poco aiutati dai connazionali.

Benvenuti era uno di loro. Sopravvisse e perdonò. Diventò un eroe popolare prima vincendo l’oro olimpico ai Giochi di Roma del 1960, poi conquistando il titolo iridato dei superwelter in un derby tricolore con il toscano Sandro Mazzinghi, altro eroe leggendario. E ancora Nino, faccia da attore, amatissimo dalle donne, varcò l’oceano e si impadronì della corona dei pesi medi, dopo tre match affascinanti con Emile Griffith, pugile strepitoso costretto a tenere nascosta la sua omosessualità.

Infine. Infine, dalla Pampa remota sbucò questo Monzon, ferocissimo picchiatore assetato di sangue. All’inizio, cioè la prima volta, Nino forse lo sottovalutò. Perse e pretese la rivincita, mentre l’Italia ancora innamorata del pugilato tratteneva il fiato. Ma non ci fu storia: Carlos aveva due mani che sembravano martelli e toccò a Bruno Amaduzzi, compianto manager bolognese di Benvenuti, evitare il peggio lanciando la spugna, nel corso del terzo round.

"Nino si arrabbiò molto e mi ha sempre rimproverato per quel gesto di resa che considerò prematuro – mi raccontò una volta Amaduzzi – Ma in cuor suo ha sempre saputo che fu giusto così, lo feci per il suo bene".

Benvenuti non è mai più salito sul ring. Ha continuato ad amare il pugilato e lo narra ancora come sublimazione di una arte nobile, da non confondere con la pura violenza.

La Storia è andata avanti. Monzon, che era un fenomeno, lasciò il ring da campione in carica. Fini’ poi in carcere per avere ammazzato la moglie in uno scatto d’ira e Benvenuti fu tra i pochi a rispettarne la dignità di campione, al netto degli orrori privati.

Ho recuperato questa storia, vecchia di cinquanta anni, anche per dedicare un complimento, in coda, a Michael Magnesi. È un giovanotto di Palestrina, l’altra sera ha conservato il titolo mondiale Ibo dei superpiuma abbattendo in meno di un minuto un avversario sudafricano. Magnesi lo chiamano Lone Wolf, lupo solitario. Vuole andare in America a fare a pugni, come Benvenuti mezzo secolo fa.

Gli auguro di non trovare un Monzon sulla sua strada.