MIchele Torpedine con due dei tre tenori de Il Volo (da il resto del carlino)
MIchele Torpedine con due dei tre tenori de Il Volo (da il resto del carlino)

MICHELE Torpedine è l’uomo che ha scoperto, tra gli altri, Zucchero, Andrea Bocelli, Pino Daniele, Giorgia, Luca Carboni. L’ultima sua “invenzione” è Il Volo, il trio di giovani tenori che ha sbancato in America e che nel giro di pochi mesi è diventata un fenomeno in tutto il mondo.

- Torpedine, come si inventa un simile fenomeno?

«Quella sera ero al telefono con Toni Renis. È vent’anni che ci sentiamo tutti i giorni per commentare le notizie del giorno o anche, in diretta, i programmi tv. Quando ho visto i ragazzini esibirsi dalla Clerici (a volte insieme, a volte separatamente) gli ho detto che mi ricordavano i Tre Tenori: Ignazio, così robusto, sembrava Pavarotti, Gianluca mi ricordava l’eleganza di Carreras e Piero poteva richiamare Domingo. Abbiamo parlato con le famiglie, abbiamo trovato il giusto contesto e li abbiamo portati in America. Un successo».

Come si riconosce il talento?

«Dipende da quale orecchio e quale naso hai. Io ho fatto per tanti anni il musicista. Per esempio quando ho notato Zucchero lui aveva già fatto alcuni passaggi televisivi, ma sembrava più vicino a Michele Pecora e a Pupo. Io ho avuto l’intuizione, con la voce che aveva, di spingerlo verso il blues».

Anche Bocelli venne scoperto per caso...

«Ero andato da Pavarotti per proporgli di fare un duetto con Zucchero. Gli avevo portato una registrazione fatta con un cantante sconosciuto per dargli un’idea della cosa. Quando l’ha sentita, ha detto: “Ma ha una voce particolarissima! Perché non la fate fare a lui?”. Era Bocelli».

E la fortuna vi è venuta in aiuto anche per il lancio di Bocelli.

«Avemmo un colpo di c... incredibile. In Germania trasmettevano un incontro di boxe con il campione tedesco Henry Maske, quindi un incontro seguitissimo. Era il 1995. Il match fu molto violento, gli schizzi di sangue arrivavano sugli spettatori delle prime file. Maske vinse ma venne distrutto sul ring. C’era un’atmosfera molto drammatica. Andrea doveva cantare, e la sua “Con te partirò” fu perfetta per sciogliere tutte quelle emozioni e rasserenare gli animi. Il giorno dopo tutti si precipitarono nei negozi per comprare il disco. La Universal dovette raddoppiare i turni per stampare il Cd. Il record di vendite allora apparteneva a Vangelis che aveva venduto 1,6 milioni di copie. Con Bocelli in un anno ne vendemmo 3,8 milioni. Diciannove milioni in tutto il mondo».

Un altro colpo di fortuna quando si trattò di convincere Miles Davis a duettare con Zucchero...

«Miles aveva cantato alla Bussola, e andai a trovarlo per proporgli di fare un duetto con Pino Daniele. Eravamo in macchina. Misi su il Cd ma lui, dopo appena 16 battute, prese il disco e letteralmente lo gettò fuori dalla finestra. “Shit music”, disse. Ci rimasi malissimo. Pensai che fosse meglio portarlo a mangiare. Il ristorante aveva la filodiffusione e mentre eravamo a tavola non trasmisero proprio “Dune mosse” di Zucchero? Miles si ferma, ascolta, poi dice: “Great sound, beautiful voice”. Era fatta! Facemmo il duetto, per il quale Miles pretese comunque 100mila dollari».

- Lei ha parlato del “complesso del batterista”. Cosa intende?

«Io ho suonato per molti anni come batterista, ho iniziato accompagnando Orietta Berti. Il batterista sta sempre dietro i piatti, non lo vede nessuno, non lo riconosce nessuno. Così gli viene una voglia esagerata di emergere, di arrivare, di mettersi in mostra... Credo sia per questo che da batterista mi sono trasformato in produttore. Ho cominciato con Orietta. Le dicevo perché non metti questo fondale, perché non usi queste luci...»

- Poi venne Gino Paoli.

«Gli devo tutto. Eravamo a Bologna, in un’osteria dove si ritrovano tutti i musicisti bolognesi. In quel tempo Gino era un po’ sottotono, anzi più di sottotono. Così gli dico: senti, Gino, Ornella (Vanoni, ndr) fa un sacco di concerti e un sacco di soldi, ma i tre quarti delle canzoni sono tue. Perché non fate una tournée insieme? Lui all’inizio non voleva, diceva che gli sembrava una cosa da fotoromanzo. Parlai con Ornella e alla fine riuscii a convincerla perché Gino si fece garante nei miei confronti se le cose fossero andate male. Avevo programmato 72 serate in tutta Italia. Se non avessimo venduto neanche un biglietto le spese ammontavano a più di un miliardo, che io naturalmente non avevo. L’unica cosa che avevo era un biglietto per il Brasile, se non avessi avuto fortuna. Invece fu una tournée trionfale».

Torpedine, confessi. Qualche volta sarà andata male anche a lei. In una sua intervista per esempio magnificava un nuovo tenore che non mi sembra popolarissimo...

«Sta parlando di Vittorio Grigolo? Si sbaglia di grosso. L’ho portato da Pavarotti quando Luciano era già molto malato. Vittorio ha cantato un’aria della Boheme e Luciano si è commosso. Siamo usciti dalla stanza, dopo mezz’ora Pavarotti mi ha fatto chiamare da Nicoletta: “Ti ricordi cosa vi avevo detto di Bocelli? Anche questo vale molto. Vai avanti. Mi spiace per lei, ma Michele Torpedine non sbaglia un colpo».

di Piero Degli Antoni