La solitudine del lockdown ha avuto anche effetti positivi

Per molte persone, sia adulti sia adolescenti, l'esperienza dell'isolamento forzato ha avuto più aspetti positivi che negativi

08/11/2021

Il primo lockdown del 2020, così drastico e improvviso, è stato un’esperienza traumatica: per il dramma della pandemia, per l’ansia e la preoccupazione, per l’isolamento che ci ha costretti a rinunciare ai rapporti con gli altri. Eppure, per molte persone la solitudine forzata non è stata poi tanto male, anzi: sia gli adolescenti sia gli adulti coinvolti in uno studio dell’Università di Reading hanno descritto l’esperienza del lockdown attribuendole più aspetti positivi che negativi.

 

Competenza e autonomia contro la solitudine

 

Nell’estate del 2020, dopo la fine della prima serrata generale nel Regno Unito, i ricercatori hanno condotto delle interviste dettagliate e specificamente studiate a duemila persone dai 13 anni in su. Sono stati gli adulti in età lavorativa a lamentare più spesso gli effetti negativi della solitudine, e in particolare un deterioramento del benessere e dell’umore. Gli adolescenti invece hanno sofferto più dei grandi per la mancanza di rapporti sociali con gli amici.

 

D’altro canto, molti dei partecipanti hanno raccontato di avere vissuto l’esperienza della solitudine con un sentimento di competenza e autonomia. Ossia, hanno approfittato del tempo per dedicarsi ad attività rivolte a migliorarsi, ad esempio approfondendo conoscenze o imparando cose nuove, hanno recuperato hobby e interessi di solito trascurati, hanno apprezzato l’attività fisica e il contatto con la natura (nel Regno Unito erano consentite, ad esempio, le passeggiate al parco in solitaria e vicino a casa). E al tempo stesso hanno messo alla prova positivamente la propria autosufficienza e si sono “riconnessi” con se stessi; questo vale più per gli adulti che per gli adolescenti.

 

Alcuni aspetti della solitudine fanno bene

 

Insomma, per quanto costrette, le persone hanno deciso di valorizzare il tempo trascorso da sole, come se fossero delle pause prese per sé, di propria spontanea volontà, durante la vita normale. “Il nostro studio mostra che alcuni aspetti della solitudine e un certo modo positivo di descriverla sono riconosciuti dalle persone di ogni età come fattori che giovano al nostro benessere”, dice la professoressa Netta Weinstein; “Suggerisce poi che l’apprezzamento di talune esperienze di solitudine cresce man mano che aumenta l’età, riducendo l’impatto degli elementi negativi dell’isolamento. E fa pensare che le conclusioni generiche sulla solitudine, basate sull’età e sulle fasi dello sviluppo, non sono in grado di raccontare la realtà e le sfumature delle nostre esperienze vissute”.

 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology.