Roma, 13 marzo 2018 - Gentiloni? Chiedeva il voto solo per sé, e non per il Pd. Franceschini? Non è riuscito neanche a farsi eleggere nel suo collegio. Il governo? Non è possibile né con Di Maio, né con Salvini, ma neppure con Berlusconi. Matteo Renzi, all’apparenza calmo e sereno con il mondo, è una furia. Tanto che si sarebbe sfogato così con alcuni dei suoi fedelissimi, domenica sera, per prepararli alla pugna in vista della Direzione che si è tenuta ieri pomeriggio. Lui, lo si sapeva, non ci sarebbe andato e ha mantenuto l’impegno. E c’è chi dice che non si presenterà neppure in Assemblea nazionale, quando bisognerà eleggere il nuovo segretario, e cioè il suo ex vice, Maurizio Martina, ad aprile. Sarebbe un bello sberleffo al nuovo Pd, quello dei ‘caminetti’ che sta rinascendo e che Renzi detesta dal profondo del cuore. Ma in ogni caso, l’ex segretario, benché all’esterno assicuri che non ci sia nessuno scontro, vuole che i suoi si armino e combattano la buona battaglia e con il coltello tra i denti.

"Orlando ci chiede di evitare strategie maoiste? Per una volta proprio lui, che ci odia, ci ha preso. Saremo maoisti!". Il renziano di prima fascia che parla, sotto rigorosa garanzia di anonimato, è contento, quasi euforico. "Non solo Matteo – continua nel ragionamento – ci ha detto che non molla, ma quando sta all’opposizione, come lo fu di Bersani e Letta, dà il meglio di sé e noi daremo il meglio con lui". E così è l’idea della strategia maoista che affascina, ora, gli ultimi pasdaran del renzismo. "Sparare sul quartier generale", diceva, appunto, il comandante Mao Tse-Tung. Renzi stesso, del resto, ieri ha parlato, e in tutte le salse. Prima l’intervista al Corriere della Sera, poi la Enews.

La Direzione del Pd non è manco iniziata e si parla solo di lui. Chiari, nella loro durezza, i concetti esposti. Uno: «Mi dimetto da segretario, ma non mollo, non lasceremo mai il futuro agli altri, abbiamo perso solo una battaglia!". Due: "Me ne vado dalla segreteria, non dal partito", cui segue esplicativo corollario: "Ho visto piaggeria e viltà", "l’opportunismo dei mediocri". Qui parla alla classe dirigente del Pd, alla transumanza in atto dalle fila dei suoi. L’avviso ai naviganti è: "In futuro potremmo tornare" perché "io me ne vado dalla segreteria, non dal partito". FRASE la cui traduzione è: non fonderò (per ora?) un partito alla Macron. Tre: per il futuro governo, "non c’è un esecutivo con M5S o Lega che possa avere il nostro appoggio", condito da un bel ‘no’ tondo anche a qualsivoglia "governo di unità nazionale" perché "deve giocare chi ha vinto". Qui il messaggio non è rivolto solo agli inciucisti e ai trasformisti del Pd (leggi alla voce: Franceschini, ma anche Gentiloni, Minniti, etc.), ma serve arrivi dritto dritto al Colle. Mattarella sappia che se il Pd sarà tentato da un governo politico con chiunque, ma anche da un governissimo sotto mentite spoglie, Renzi e i renziani doc, quelli rimasti fedeli a lui, non ci staranno. Il problema sono, e restano, i gruppi parlamentari: al Senato, i renziani sono certi di avere con loro 20/25 irriducibili (sulla carta sarebbero 35) sui 57 componenti del gruppo Pd. Alla Camera i numeri ballano: sarebbero 50 i renziani sicuri (80 ci sono solo sulla carta) su un gruppo di 108 eletti al Pd. Pochi, forse, per imporre la linea ed entrambi i capigruppo, abbastanza per affondare qualsiasi governo con chichessia.