L’amarcord della Fgci. La gioventù comunista si ritrova dopo 33 anni: "Eravamo gli eretici del Pci"

Folena, segretario della federazione dall’85 all’88: "Altro che polli da batteria". "In quelle stanze imparammo l’esigenza di impegnarsi per cambiare il presente”

Pietro Folena, segretario Fgci 1985-1988

Pietro Folena, segretario Fgci 1985-1988

Roma, 7 febbraio 2024 – "Nostalgia canaglia? Certo, quel sentimento c’è. Ma dobbiamo evitare di cadere nel ridicolo. I tempi sono cambiati. Però non è mutata l’esigenza di impegnarsi per cambiare il presente". Pietro Folena, classe 1957, una vita nella e per la sinistra (è stato parlamentare di Pci, Pds, Ds, Rifondazione) fu segretario della Fgci dal 1985 all’88.

La Federazione giovanile comunista italiana, una grande palestra per il gran salto nel Partitone...

"Mah, non la metterei proprio così. Più che di palestra parlerei di formazione per capire il presente".

Secondo i dettami di Botteghe Oscure.

"No, non ci casco nella trappola. L’idea che fossimo giovani vecchi o polli da batteria è una solenne falsità. Anzi, le dirò di più: eravamo eretici".

Eresia ortodossa.

"No, assolutamente. Esempio: nel 1986, Alessandro Natta segretario, proponemmo il referendum sul nucleare e...".

...Natta vi benedì.

"Macché. Gli comunicammo la nostra volontà senza consultarlo prima".

Fgci fuori linea?

"Di certo Fgci non prona".

Però il Partito con la P maiuscola vi faceva paura...

"Anno 1985, fresco di elezione a segretario della Fgci. Mi presento in Direzione. Alcuni autorevoli compagni mi avevano consigliato di non intervenire nel dibattito. Dovevo essere rispettoso nei confronti di membri della Direzione autorevoli e di antica esperienza. Beh, a un certo punto parla Gian Carlo Pajetta (e ho detto tutto)".

E Pajetta che cosa dice?

"Tante cose. Ma a me colpisce il duro attacco alle politiche dei giovani comunisti. Non posso tacere. E, tra lo stupore generale, replico. Con gentile fermezza".

Pajetta urlò, s’arrabbiò da morire...

"Macché. In chiusura di riunione mi venne incontro e si congratulò. Ai dirigenti piaceva la dialettica, altro che partito monolitico...".

Chi si arrabbiava con voi, oltre ai neofascisti, era l’estrema sinistra di Autonomia Operaia: piovevano botte forti, botte fisiche.

"E lo dice a me che vivevo a Padova?! Erano tosti quelli là, ma noi ci difendevamo. E poi non eravamo isolati. Avevamo rapporti con la sinistra laica e con molte realtà cattoliche. E poi...".

E poi?

"Non eravamo contro il movimento. Specie con la segreteria di Massimo D’Alema che iniziò nel 1975, e nonostante le resistenze di una fetta del Partito, non ignoravamo le istanze che tanti giovani ponevano. Dovete considerare che choc enorme fu il Settantasette. Eppure non ci isolammo e non ci facemmo isolare".

Per parafrasare il titolo di un suo libro eravate i “ragazzi di Berlinguer“?

"Certo, e ancora oggi lo rivendichiamo con forza. Ma attenzione: non eravamo i ragazzi di Berlinguer perché di tradizione comunista, ma perché il segretario del Pci si chiamava Enrico Berlinguer".

Anche Pier Paolo Pasolini era un vostro faro.

"Sì un nostro punto di riferimento per la sua analisi della modernità. Fui proprio io, a dieci anni dalla morte, nel 1985, organizzai un evento. Il che non suscitò molti entusiasmi nel Partito".

Il momento più drammatico?

"Sul palco di Padova, 1984. Il giorno della morte di Berlinguer. Io ero lì. E piansi".

Lei non è in politica da più di dieci anni. Sabato a Firenze potrebbe essere l’occasione per rientrare...

"Ma non ci penso nemmeno. Io mi occupo d’arte. E poi vado volentieri ad Allosànfan. Punto".