Giovedì 11 Aprile 2024

Il personaggio. Il romano d’Abruzzo meloniano di ferro

Da sempre con la premier, è tra i fondatori di FdI

Il romano più abruzzese d’Italia (o forse l’abruzzese più romano? Chissà) si chiama Marco Marsilio, tra i fondatori di FdI, di cui è stato anche vice-tesoriere nazionale. In gioventù tra i leader della destra studentesca, è laureato in filosofia, ha scritto un libro sull’origine illuminista del razzismo per Vallecchi, la casa editrice un tempo di Nando Corona, che nacque teramano e morì fiorentino, fa il presidente di Regione ed è stato confermato alla guida dell’Abruzzo dopo aver vinto le elezioni la prima volta nel 2019.

A testimonianza del fatto che la vittoria di cinque anni fa non fu un caso, e che il CL (Campo Largo) di arrosticini deve ancora mangiarne prima di poter ripetere i successi sardi. Sul pendolarismo di Marsilio, figlio di abruzzesi ma nato a Roma, formatosi culturalmente a Roma e cresciuto politicamente a Roma, si è giocato è un pezzo della campagna elettorale dei suoi avversari. Non a scapito della verità, va detto. Il presidente di Regione trasuda romanità fin dalle origini anagrafiche e politiche. Anche lui viene da Colle Oppio, mitologica sezione della destra della Capitale. Una sezione politicamente eterodossa, al punto tale che all’epoca veniva considerata "di sinistra", con tutta quell’attenzione ai temi ambientali e sociali. Da lì vengono, fra gli altri, Marsilio, Giorgia Meloni e il maestro (semi-ripudiato dai meloniani) Fabio Rampelli. Il cuore pulsante di Fratelli d’Italia, la sua classe dirigente più autentica. Quella che c’era fin dall’inizio, quando le percentuali non erano certo le stesse di oggi.

È stata la stessa presidente del Consiglio a raccontare nella sua autobiografia, Io sono Giorgia (Rizzoli), il primo incontro con il futuro presidente Marsilio, quando si presentò all sede Msi decisa a iscriversi: "Un ragazzo alto (il Lungo, per l’appunto, al secolo Marco Marsilio, oggi presidente della Regione Abruzzo per Fratelli d’Italia) stava parlando in piedi e gli altri, seduti, lo ascoltavano. Tutti uomini. Appena mi videro l’oratore si zittì e aspettò che passassi. Intanto mi squadravano, tutti. Non nego che provai un certo imbarazzo. Percorremmo poi un lungo corridoio con i muri scrostati, intravidi un piccolo bagno decisamente malandato e un’altra stanza in cui c’erano manifesti arrotolati, secchi per la colla e volantini sparsi. Il tour finì in un ambiente organizzato tipo segreteria, dove ad aspettarmi c’era l’allora segretario della sezione, tale Peo, un tipo con i capelli lunghi, la barba e un chiodo di pelle su cui spiccava la spilletta dei Ramones. ‘Ma non sarò finita in un centro sociale?’ pensai". Un passaggio storico-politico che restituisce l’immagine e finanche lo spirito della destra sociale dell’epoca, di cui faceva parte appunto anche il "Lungo", che, dice una fonte di QN che lo conosce fin da quando era ragazzo, "è un grande lavoratore, un perfezionista. E anche un oratore: ai congressi giovanili era lui a illustrare le mozioni e al microfono dava il meglio di sé. Politicamente, è una persona molto moderata; lo è sempre stato, anche da giovane, quando quelli intorno a lui diciamo pure che non lo erano". Pronto, insomma, per il partito conservatore di Meloni.