Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)

Roma, 22 agosto 2019 - A porte chiuse, Mattarella ieri ha confermato con una chiarezza e una nettezza inusuali per un uomo così diplomatico quel che già da 48 ore circolava: le ipotesi in campo sono solo due, governo M5s-Pd o voto, non ci sono subordinate e la scelta deve essere fatta in tempi rapidi, rapidissimi, anzi oggi. Ecco perché oggi è il giorno chiave della crisi: democratici e grillini sono attesi al Colle e lì devono illustrare che cosa vogliono fare. Il capo dello Stato non ha usato giri di parole: "O mi dicono che ci vogliono provare seriamente, e poi lo ripetono pubblicamente, oppure la settimana prossima io sciolgo le Camere". Certo, al Quirinale non si aspettano che l’esecutivo venga cotto e mangiato in serata però le due forze politiche devono prendere una posizione assolutamente limpida "per un governo saldo, con una maggioranza politica chiara e un programma di respiro per la legislatura". Il rischio dell’esercizio provvisorio s’intreccia con il timore che le divisioni tra Salvini e Conte siano tali da impedire all’attuale governo di gestire l’ordinaria amministrazione, figuriamoci eventuali emergenze.

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Ragion per cui a Julia Unterberger, presidente del gruppo per le Autonomie, che spiegava: "Bisogna fare come in Germania, dove hanno fatto un programma in due mesi", il Presidente replicava: "Noi non abbiamo due mesi". Ha tolto dal tavolo le ipotesi fantasiose circolate in questi giorni, dal governo istituzionale all’ipotesi ‘Ursula’, ovvero un esecutivo Pd-M5s-FI, epperò attento alla forma, Mattarella non si è schierato tra chi vuole un governo e chi invece vorrebbe tornare a votare. Ma ha interrogato tutti i suoi ospiti, soprattutto la delegazione del gruppo misto del Senato dove la situazione numerica è più delicata, sullo stato di una possibile maggioranza giallo-rossa e si è sentito rispondere: "Ci sono 179 voti sicuri". Tutto fatto? No: un problema c’è. E, almeno nelle valutazioni del Colle, non riguarda le resistenze di Zingaretti, bensì le divisioni interne ai Cinquestelle. Il timore di una trattativa-trappola si salda coi mal di pancia prodotti dalla rottura con la Lega. La priorità, per tutti, è evitare il voto: ecco perché Di Maio è intenzionato a vedere le carte del Pd. Se oggi l’apertura M5s sarà convincente e reale, il capo dello Stato concederà una pausa per il week end, dopo di che si aspetta per l’inizio della prossima settimana il nome di un presidente da incaricare.

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La scelta tra i petali della rosa in campo s’intreccia con i problemi delle forze politiche. La discontinuità chiesta da Zingaretti non permette una fotocopia del governo uscente: vuol dire che non si tratta solo di cambiare questo o quel ministro, ma che Conte e Di Maio insieme non possono stare nel prossimo esecutivo. Quasi certamente a salutare dovrà essere il premier. Come sostituirlo? Una delle ipotesi è Fico, come leader della sinistra sembra fatto apposta per cementare un’alleanza con il Pd e la sinistra di LeU. Ma lo schiaffo per Di Maio sarebbe troppo violento: una scelta del genere possono farla solo i padri-padroni del Movimento, Grillo e Casaleggio. In caso contrario, probabilmente si ripiegherà su un tecnico. Paradossalmente un premier politico comporta molti ministri tecnici, un tecnico avrebbe una squadra politica, dunque un governo più forte. Circolano tanti nomi: da Cantone a Flick passando per Draghi, ma il più accreditato è quello di Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat sensibilissimo ai temi dello sviluppo sostenibile già ministro del lavoro con Enrico Letta. E spunta anche l’ipotesi di una donna, la prima a Palazzo Chigi, il profilo potrebbe essere quello del giudice costituzionale Marta Cartabia.

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